Recensioni /

Omar Hassan Chiesetta della Misericordia / Venezia

Gli antichi ambienti della Chiesetta della Misericordia a Venezia ospitano “Do Ut Des”, mostra personale di Omar Hassan. L’intervento che l’artista milanese compie all’interno dello spazio riesce a mette in relazione, attraverso il raggiungimento di un’equilibrata armonia, la sua ricerca artistica con la bellezza dell’architettura medievale.
Ai lati dell’ingresso due tele della serie Breaking Through introducono alla mostra e suggeriscono il desiderio dell’artista di non presentare – per l’occasione – una delle sue celebri performance con i guantoni da box, simbolo anche della sua precedente professione, ma riproporli semplicemente sotto forma di scultura, all’interno di una nicchia (Il pugno di Michelangelo [2017]). Hassan interagisce direttamente con le strutture architettoniche – come sulle vetrate del rosone – e, in dialogo con le pitture e i marmi della chiesa, colloca nello spazio delle copie in gesso di statue greche sulle quali interviene direttamente con la vernice spray. Questo gesto pittorico, semplice ma incisivo, riesce a mettere in dialogo la filosofia urbana e il linguaggio della street art con l’arte classica, trasponendola in chiave contemporanea. Per fare questo si affida al colore – essenza prima del suo stile – che, grazie all’utilizzo di una vasta gamma cromatica, appare sempre potente e visionario. Sull’altare della chiesa posiziona una copia della Nike di Samotracia (Do ut des [2017]) ricoperta da una trama meticolosa e insistita che la assimila fino a fonderla col motivo descritto dal dipinto sottostante. Ai suoi lati, due iconiche riproduzioni della Venere di Milo (Irripetibile [2017]) sono caratterizzate da linee di colore che, partendo dalla fronte, scivolano lungo il corpo disegnando una traccia decisa unicamente dal caso. Le stesse bombolette spray figurano, una volta esauste, come lavoro a sé stante: i beccucci vengono collocati all’interno di teche di perspex e costituiscono dei puzzle pittorici formati da pezzi unici, a testimonianza concreta della sua pratica (Hive Miami [2017]).
La citazione “do ut des” risulta essere un dialogo ricercato che l’artista innesca con lo spazio tramite la pittura e la scultura e, non da ultimo, una sua personale reinterpretazione delle pratiche di artisti quali Duchamp, Pollock, Niki de Saint Phalle.
Al termine di questo percorso visivo ed esperienziale il visitatore, prossimo all’uscita, può far suo uno dei beccucci di bomboletta spray contenuti all’interno del fonte battesimale permettendo così al titolo Do ut des di compiersi nella sua accezione più positiva: scambio inteso come dono e crescita condivisa.

Michela Murialdo