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Joseph Grima su UniversoAssisi

Dal 20 al 23 luglio la città di Assisi ospita la prima edizione di UniversoAssisi – a Festival in secret places, ideata e organizzata da Città di Assisi in collaborazione con Fondazione Internazionale Assisi, con la direzione artistica di Joseph Grima. Un festival che intende attivare luoghi segreti e inconsueti di Assisi attraverso le arti contemporanee innescando un dialogo serrato con gli spazi urbani. Il ricchissimo programma di eventi prevede la presenza di progetti e interventi di numerosi protagonisti, tra cui Rem Koolhaas, Hans Ulrich Obrist, Superstudio, Nicola Piovani, Antonio Rezza, Marco Paolini, Diego Fusaro, Gianluigi Ricuperati, il collettivo ArchHeartz e la compagnia Aterballetto.

Joseph, hai ideato UniversoAssisi come un festival programmaticamente multidisciplinare, che spazia tra musica, architettura, teatro, danza, cinema, filosofia, letteratura. C’è un fil rouge che collega queste discipline all’interno del tuo progetto?

All’interno di UniversoAssisi le varie discipline sono legate non tanto da una questione contenutistica disciplinare, quanto dalla modalità di presentazione. Vogliamo che questo festival non venga concepito come qualcosa di separato dalla città che avviene unicamente negli spazi istituzionali dedicati alla cultura, ma che sia piuttosto qualcosa che serve ad attivare la città stessa. È un esperimento per vedere come diverse tipologie di produzione culturale, in dialogo diretto con gli spazi di Assisi, possono rispondere a questa decontestualizzazione. Ciò per due motivi: da una parte, per capire come il dialogo con lo spazio urbano trasforma il contenuto stesso che si sta presentando; dall’altra, per dare vita a un processo di riscoperta di Assisi, che come tante città così note e famose, tende talvolta a cristallizzarsi intorno a due o tre icone rischiando di oscurare tantissimi altri luoghi, altrettanto belli e altrettanto interessanti.

Hai coinvolto personalità di altissimo livello nei loro rispettivi ambiti. Perché hai scelto questi protagonisti? E qual è l’identità che assegni al festival?

Diciamo che questo è un primo esperimento, lo consideriamo quasi come un numero zero del festival, e quindi più che per una coerenza concettuale molto forte abbiamo optato per una coerenza dal punto di vista della filosofia artistica dei partecipanti. Tutti i personaggi coinvolti si sono resi disponibili a partecipare a un esperimento che non ha precedenti e che pone una sfida non particolarmente comune, ovvero quella di reagire a luoghi come il Mortaro Grande, l’Anfiteatro romano, la Rocca Maggiore. Gli artisti coinvolti sono tutti interessati a un discorso “urbanistico”: sono legati da un’attitudine che li porta ad abbracciare lo spazio urbano e a ricercare un nuovo equilibrio con il pubblico.
Questo è un festival che vuole definire Assisi come un punto di riferimento culturale celebrando, allo stesso tempo, la curiosità. Nostro desiderio è che il pubblico e gli artisti vengano non solo per dare qualcosa agli altri, ma anche per ricevere qualcosa indietro, qualcosa di nuovo, di non familiare.

La tua ricerca sull’architettura è molto attenta al rapporto con il territorio e con le culture, penso in particolare al tuo studio Space Caviar, a Genova. In che modo intendi dialogare con la storia, la tradizione e la spiritualità di Assisi?

Assisi per me è casa. La campagna di Assisi è il posto in cui sono cresciuto. I miei genitori si sono trasferiti qui perché hanno apprezzato la dimensione spirituale di questo luogo, che trascende la religione, ma che riguarda la natura del territorio, la natura del paesaggio, la natura della natura, e che rende Assisi un posto speciale. Attraverso l’arte cerchiamo qualcosa che possa avvicinarci a questa dimensione spirituale e cosmologica, che possa rispondere a una serie di interrogativi che in questo preciso momento della storia fanno fatica a trovare dispositivi comuni per essere indagati. Penso che l’arte debba necessariamente giocare questo ruolo. Avvicinarsi a luoghi come Assisi, che hanno una storia così lunga di ispirazione artistica e architettonica, non in chiave semplicemente di rivisitazione del passato, significa anche capire cosa può scatenare in noi l’incredibile energia spirituale che permea il luogo.
Il lavoro di Space Caviar è spesso ispirato alla ricerca di nuovi ponti d’interazione tra persone e spazio urbano. UniversoAssisi lo vedo veramente come un progetto architettonico, nonostante sia un festival. Anche semplicemente immaginare l’interazione tra le persone, l’interazione tra la creazione di momenti e di memorie e di nuove vicinanze è qualcosa di profondamente architettonico. È una definizione insolita dell’architettura, ma che mi interessa molto.

Credi quindi che curare un evento temporaneo come un festival, o curare una mostra, significhi fare architettura?

Assolutamente. Uno dei miei mentori nonché professore all’Università, Cedric Price, ha costruito il suo pensiero, la sua filosofia, intorno all’idea di architettura come progetto funzionale all’interazione tra le persone, alla creazione di esperienze, e non necessariamente alla creazione di permanenze fisiche nello spazio. Oggi c’è una tale “ossificazione” della città – ci sono regole per ogni cosa, clausole per ogni azione – per cui è molto più facile trovare spazio di manovra e margini di innovazione nella progettazione di cose effimere, che appaiono e scompaiono, che evaporano, ma che creano architetture della percezione, architetture del suono, architetture del corpo.

Vincenzo Di Rosa