Recensioni /

Haim Steinbach Lia Rumma / Napoli

Visitare la mostra di Haim Steinbach da Lia Rumma vuole dire penetrare i processi di pensiero dell’artista, prima ancora che incontrare le sue opere. Si tratta di un percorso concettuale e fisico – progettato appositamente per le sale della galleria – dove l’organizzazione spaziale e le sue cesure architettoniche sono funzionali a svelare un mondo di associazioni nascoste.
Per la seconda volta a Napoli (dopo la mostra del 1987), Steinbach concepisce un intervento visivamente lineare, ma concettualmente complesso. A partire dalla scritta “Fellini” posta all’ingresso e leggibile attraverso uno specchio. Una parola, un nome, arrivato in sogno, sul quale l’artista ha costruito la trama delle relazioni che attraversano gli spazi, in parte legate all’elemento cinematografico ma spesso frutto di nessi appena percettibili, sia fortuiti che volutamente ricercati. Pannelli dipinti a monocromo trovano posto su griglie metalliche che ridisegnano architettonicamente lo spazio, costruendo un percorso obbligato. Ogni colore scelto, identificato da un preciso pantone, rimanda al titolo di un film che contiene il colore stesso. Nel gioco tautologico rientrano anche le superfici retrostanti, grezze, a rimarcare la qualità oggettuale della pratica pittorica.
Esaltando l’importanza della presentazione, Steinbach crea dei dispositivi di display che conferiscono un valore aggiunto a ciò che viene messo in mostra, sollecitando l’occhio distratto dalla routine quotidiana. È ciò che accade qui con le strutture a vetrina entro le quali sono inseriti oggetti di diversa natura, indicati dai collezionisti ai quali è stato chiesto di selezionare quelli capaci di evocare un’idea o sensazione di colore. Collocati su ripiani di vetro posizionati ad altezze diverse, tali elementi trovano nuovi significati nelle libere associazioni dell’artista. Il giallo limone che dà il titolo alla mostra si trasforma nell’immagine dell’opera Capri Battery (1985) di Joseph Beuys.
I rimandi tra parola e colore, verbale e visivo, trovano l’apice nel lavoro che chiude il percorso, Arabian nights (2017). Un blu notte tanto ricercato che si nega alla vista, scompaginando, proprio in chiusura, le carte in tavola.

Alessandra Troncone