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Bruno Munari Palazzo Pretorio / Cittadella (PD)

L’utilità dell’inutile, il senso del non-senso, la serietà del gioco. Bruno Munari non ha mai preteso di fare arte, perchè sapeva che quando tutto è arte, niente è arte. Egli ha affrontato con stupore e umiltà tutte quelle che possono essere le possibilità creative: dalla pittura alla grafica, dal design alla didattica. Sempre con l’aspirazione a svolgere un’attività “necessaria e connaturata all’uomo” e non soltanto un’attività contemplativa e consolatoria, si è preoccupato che il suo lavoro fosse una sorta di viaggio esperienziale. Diceva: “Se si riesce a conservare l’infanzia dentro di noi, conserveremo anche la curiosità di capire, fare, comunicare”. Così, a contare non è mai il prodotto finito (unico, irripetibile) quanto invece la conoscenza del metodo di costruzione, la struttura e la filosofia del procedimento fattuale.
Già la proiezione del film sperimentale Tempo nel tempo (1964) che ci accoglie nell’androne di Palazzo Pretorio e che riprende il salto mortale di un atleta attraverso un ralenti estremo, è come uno scandaglio del senso del tempo, un dilatare gli istanti che lo compongono. È un vedere al di là della visione, un sondare l’immagine nel suo costituirsi, divenire azione, cinema. Ma tutta l’esposizione si fissa sia su opere (sempre distinte da un’assoluta varietà e leggerezza realizzativa) che su vere e proprie operazioni, consentendo al visitatore di indagare i processi creativi. Così, gli spazi che mettono in mostra le famose invenzioni di Munari si alternano ai laboratori, alle “stanze del fare” (come le chiama G. Bartorelli): le Macchine inutili, il Concavo-convesso, i Filipesi, ecc., lasciano il posto alla possibilità di esperienze dirette (La strada dei sassi, Lascia la tua impronta, Il gioco del filo di lana blu, Giochi di luce). “Fare per capire” è il motto di Munari. In fondo, per lui, si tratta sempre di uscire dalle maglie dell’estetica, per proporre nuovi mondi possibili, o meglio, mondi che sviluppano le loro potenzialità implicite, il racconto che essi portano dentro di sè.

Luigi Meneghelli