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Pascali Sciamano Fondazione Carriero / Milano

L’ultima operazione della Fondazione Carriero e del suo curatore Francesco Stocchi getta un nuovo sguardo sulla figura di Pino Pascali, personalità anarchica e fuori dagli schemi, difficilmente inscrivibile in una tendenza – forse anche a causa della sua prematura scomparsa.

La visione che se ne dà, nel reticolare spazio di Casa Parravicini, è quella di un artista “sciamano” (come recita il titolo della mostra), interessato al primitivo, al totemismo e alla concezione animistica della natura; una fascinazione coltivata principalmente tramite letture (prima tra tutte Il pensiero selvaggio di Lévi-Strauss), e mai esternata attraverso veri e propri viaggi.

Una selezione di opere che portano in nuce quest’attitudine vengono qui relazionate a oggetti africani – sculture funerarie etiopi, maschere zoomorfe malesi, coni nigeriani, scudi congolesi, frutti di baobab – così da insufflare nel fruitore un’atmosfera esotica di facile suggestione. Seppure questo mélange di manufatti (che il foglio di sala definisce “arte tribale”) sia circoscritto in piccole stanze separate dai lavori di Pascali, l’idea che se ne restituisce è di una narrazione lapalissiana à la “Magiciens de la Terre”.

D’altra parte i lavori, tutti realizzati tra il 1966 al 1968, si contraddistinguono per una sincera forza primigenia – dal celebre film SMKP2 di Luca Maria Patella che ritrae un Pascali performer che, con le movenze e le gestualità di un Buster Keaton, è impegnato in gesti folli come piantare e innaffiare filoni di pane, alle “finte sculture” rappresentanti cigni, pellicani, serpenti, che compongono un cereo zoo di animali, fino ai celebri Bachi da setola – che non necessita la compagnia dell’arte tribale. Tornano così alla mente le preoccupazioni espresse dallo stesso Pascali nell’intervista con Carla Lonzi per Marcatrè: “In una galleria il rischio è trasformare i pezzi esposti in ex-voto sospesi, e tutto ciò funziona, sino a quando l’artista ha un’intenzione di questo genere, quando ci crede e crea un legame esistenziale, se no, non è che una scena teatrale”.

Giulia Gregnanin