Recensione /

Miroslaw Balka Pirelli HangarBicocca / Milano

Nella retrospettiva al Pirelli HangarBicocca, la sua prima grande mostra in Italia, a cura di Vicente Todolí, Miroslaw Balka impiega l’immagine mitologica dell’Ade in un percorso immersivo ed esperienziale (fra sculture, installazioni e video) che non è – e non vuole nemmeno essere – salvifico o consolatorio. Caronte di se stesso, il visitatore è posto al centro di una cupa discesa agli Inferi, gli Inferi della storia e della memoria, della Polonia, della Seconda Guerra Mondiale, dell’Olocausto, ed è chiamato a muoversi nell’oscurità per scoprire/attivare una sequenza di opere – o talvolta esserne respinto, come avviene con 196x230x141 (2007) – e diventare, più o meno consapevolmente, al contempo scultura e scultore nel suo interagire con esse.
Le opere di Balka parlano al corpo e del corpo. Un corpo in assenza – quello dell’artista, la cui fisicità si fa “misura di tutte le cose” e riecheggia in titoli e formati – e un corpo in presenza – quello del visitatore, continuamente sollecitato e stimolato. L’atto del camminare, che porta a percorrere gli ampi spazi postindustriali dell’Hangar, non è una gratuita flânerie, ma azione fondamentale per il disvelamento della “banalità del male”.
Elementi architettonici ricorrenti sono le soglie da attraversare, che divengono così dei passaggi dal valore iniziatico. Costante è la sensazione di vuoto, come la percezione di un baratro. Tutti i sensi sono coinvolti in un susseguirsi di “incroci” – i Crossover/s del titolo della mostra – simbolici, fisici, temporali, spaziali, relazionali. L’induzione di continui sfasamenti percettivi – il calore inaspettato di Unnamed (2017), l’incessante getto d’acqua tinta di nero di Wege zur Behandlung von Schmerzen (2011), l’odore pungente di sapone in Soap Corridor (1995) – acuisce il senso di disagio, inquietudine, instabilità e rievoca ossessioni, traumi, paure ataviche.
Il vissuto intimo e personale dell’artista diventa, inevitabilmente, condiviso, collettivo. Balka procede per dicotomie, luce e ombra, visibile e invisibile, ascesa e caduta, verticalità e orizzontalità, dai 178 zerbini di Common Ground, del 2013-2016, all’esile filo in costante movimento di Yellow Nerve (2012-2015) – tenue barlume di speranza – che rimanda alla sottile linea di Holding the Horizon (2016) dove l’osservatore, novello Atlante si fa carico del peso dell’orizzonte. Nel reinterpretare e risemantizzare i materiali, trovati, assemblati, organici, quotidiani – il casco in 15x22x19 (hard skull) del 2006, ancora il sapone in 7x7x1010 del 2000, il vino in 250x700x455, ø 41×41/Zoo/T del 2007/2008 – l’artista mantiene un linguaggio scarno, austero, essenziale, non indulgendo in facili sentimentalismi. Ma persegue una narrazione coerente – intrisa di suggestioni letterarie, da Paul Celan a Samuel Beckett – per esplorare limiti e possibilità umani, per porre interrogativi. Lasciando tracce, lacerti, brandelli densi di significato: testimonianze disequilibranti, monumenti fragili nella loro antimonumentalità, spesso destinati alla consunzione. Un memento a non far cadere nell’oblio orrori e tragedie di un passato così lontano e così drammaticamente vicino.

Damiano Gullì