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Marcello Morandini Maga / Gallarate

Al Maga di Gallarate è di scena “Marcello Morandini. Il bianco il nero”, a cura di Marco Meneguzzo ed Emma Zanella, una grande mostra in cui sono esposti disegni, sculture, oggetti di design, modellini e rendering realizzati dalla metà degli anni Sessanta ad oggi. Il bianco e il nero, squadrati, cerchiati e ridimensionati all’infinito, sono stati effettivamente i soli compagni di viaggio nell’avventura creativa di Morandini, perseguita con una coerenza e un’ampiezza di respiro che gli hanno valso una risonanza internazionale.
Il suo metodo, di matrice razionalista, che riconosce nella geometria il principale criterio ordinatore della realtà, è di fatto una messa in discussione della bidimensionalità della superficie e della tridimensionalità dello spazio. Morandini sfida lo sguardo a un gioco di scacchi, dove la scacchiera stessa è truccata, forse stregata, e dove le mosse sono salti progressivi, accelerazioni retiniche, torsioni, rotazioni, fratture. Le forme si profilano secondo confini netti e contrastanti, nel contesto di un rigore che l’artista non esita a definire calvinista, e che pure si scatenano in effetti che potremmo addirittura definire barocchi – un barocco ovviamente castigato e tenuto a bada da riga e compasso – per una sorta di pressione interna, per un effetto di pulsioni centripete e centrifughe che ne animano e ne distorcono i contorni. Losanghe, archi e triangoli si ingranano, si sdoppiano, si moltiplicano, si avvitano e si stirano secondo le regole di una cristallografia elastica, in un ingranaggio visivo che si stenta a credere possibile in un’epoca dove il computer era ben lontano dall’essere disponibile. Nelle sculture le rientranze e gli aggetti effettivi sono potenziati o attutiti dall’imperversare delle sovraimpressioni di tessere, spicchi e profilature bicolori, per cui lo sguardo si fa al contempo più acuto e più confuso, perso in un unico flusso vibrante di corrente. Allo stesso modo, gli oggetti d’uso, dalle sedie alle teiere, perdendo il senso dei loro confini e della loro funzione, sembrano ritrarsi nel puro regno di una geometria incantata.

Alberto Mugnaini