Il Collezionista /

Giuseppe Iannaccone

“Il Collezionista” è una rubrica a cura di Gea Politi e Giulia Gregnanin. Strutturata in una serie di interviste alle personalità che costituiscono il collezionismo italiano, è un campionamento di attitudini, gusti, visioni che mostra la varietà e le peculiarità delle collezioni.

Giulia Gregnanin: In più occasioni parla di come l’arte sia stata per lei un rifugio, una zona franca in cui lasciare fuori lo stress delle sfide lavorative. Ancora oggi l’arte risponde a questa sua necessità?
Giuseppe Iannaccone: Devo essere sincero: l’arte ha avuto un ruolo determinante quando ero un giovane avvocato. In quel momento mi vennero affidati alcuni incarichi molto importanti, ma ero un ragazzo senza un maestro. È in quel contesto che l’arte è stata la mia “stampella dell’anima”, un bastone di sostegno. Oggi non posso più dire questo, la professione mi ha dato grandi soddisfazioni, conferendomi un equilibrio economico. Ancora però l’arte è un completamento della mia personalità; l’arte è me stesso, è come sono io. Non riuscirei più a distinguere la mia vita senza l’arte.

GG: Come è nata la sua collezione?
GI: Credo sia un risultato di una catena di eventi. Innanzitutto ero un ragazzo con la passione per l’arte senza le possibilità economiche per collezionare. Acquistavo tantissimi libri di storia dell’arte; alla Hoepli c’erano delle gigantesche librerie che mi chiamavano. Questo mi ha portato a studiare l’arte e la storia dell’arte. Mi sono allora innamorato del periodo tra le due guerre e di quel gruppo di artisti così spontaneo, immediato, caloroso, emotivo, passionale. Mi sembrava di ritrovare me stesso. Quando poi ho avuto la possibilità di collezionare ho iniziato da loro, mi piaceva pensare che un giorno avrei realizzato una collezione con almeno alcuni di questi artisti. Pensavo, forse riuscirò ad averne dieci. Poi è venuto fuori qualcosa di diverso, perché oggi sono novantasette, collezionati come se fosse un’unica opera.

Gea Politi: Nel 1989 ha acquistato la sua prima opera, la Sirena Ferita di Claudio Bonichi. Vorrei sapere di più di questa prima esperienza.  
GI: Avrei iniziato a collezionare anche prima. Sono partito come giovane avvocato ma ho avuto la fortuna di ricevere degli incarichi importanti. A ventisette anni ho aperto lo studio da solo e mi sono sposato. Allora il primo pensiero è stato comprare un’abitazione, poi ho iniziato a collezionare a seconda delle mie possibilità. Dopodiché la professione mi ha baciato e ho avuto l’opportunità di coltivare sempre di più le mie passioni.

GG: Lei parla di “fortuna”, ma non so quanto sia fortuna e quanto invece sia bravura, coraggio e perseveranza.
GI: Coraggio e perseveranza sicuramente. Perché io per l’arte ho fatto cose che credo pochi avrebbero fatto; quando ho comprato il mio primo Mario Mafai potevo versare solamente l’acconto. Perseveranza sicuramente. Un po’ alla fortuna ci credo perché obiettivamente sono tanti quelli bravi, quando ho ottenuto quello che questa meravigliosa città mi ha dato un po’ di fortuna ci deve essere stata.

GP: Sembrerebbe molto legato a Milano…
GI: Moltissimo. Ho dedicato il mio primo libro a Milano, perché la città mi ha dato molto di più di quello che io meritassi, una persona non milanese come me lo potrebbe capire meglio. Sono stato aiutato da Milano, non mi ha mai creato un problema, come faccio a non esserle grato.

GG: “Italia 1920-1945. Una nuova figurazione e il racconto del sé” che ha preso luogo in Triennale lo scorso febbraio è la prima esposizione pubblica della sua collezione di opere realizzate dal 1920 al 1945. Si è trattato non solo di una mostra ma di un vero e proprio progetto scientifico, uno studio su una storia che non è mai stata molto trattata e, forse, nemmeno molto collezionata. 
GI: Alberto Salvadori, nell’intervista presente sul catalogo, mi ha fatto un gran complimento dicendomi: “questa storia non l’ha mai raccontata nessuno, non l’ha mai raccontata il museo, non l’ha mai raccontata un altro collezionista”. Però è una storia vera e io sono orgoglioso di averla raccontata. È una storia che deve rimanere insieme, perché resti a disposizione delle persone che vogliano riflettere su quella che è stata la realtà del nostro paese dal punto di vista artistico in quegli anni.

GG: Alla conferenza stampa della mostra ha affermato: “I collezionisti devono essere capricciosi. Non raccontare la storia dell’arte, ma la loro storia”. Qual è la storia che vuole raccontare e chi è l’interlocutore?
GI: Chi colleziona sinceramente, ovvero senza una finalità di investimento, colleziona solo per amore per l’arte. Anche se non lo rivela (nemmeno a sé stesso) il collezionista cerca nell’arte qualcosa che gli manca nella vita. Io inseguo la verità dell’animo umano. Ciò che l’uomo ha di più caratteristico, bello o brutto che sia. E lo ricerco sia nella storia degli anni Trenta che nell’arte contemporanea. Nel caso della collezione degli anni Trenta è possibile ravvisare una componente personale che assomiglia a me – questa è certamente la parte di capriccio che ha giustamente colto e che io ho rivendicato –, e una di ricostruzione storica, obiettiva.

GP: Più volte ha dichiarato di non collezionare Sironi o Casorati. Come mai non fanno parte di questa sua storia?
GI: Ho una grandissima ammirazione per Sironi, Casorati, Morandi e per gli artisti del Novecento italiano e del Realismo Magico e se c’è l’occasione di vederli al museo io corro. Ma vede, un conto è amare la storia dell’arte e amare un artista, un conto è comprarlo. Io acquisto ciò che mi assomiglia e Sironi non mi assomiglia. Quello che lui trattava non corrispondeva a ciò che accadeva nel paese. Per me l’arte è libertà! I miei artisti non hanno limiti, guardavano all’Europa, avevano la libertà del colore. Io volevo raccontare un’altra storia.

GP: Come le venne chiesto di esporre la sua collezione?
GI: È stata una situazione inattesa. Mi sarei aspettato un interesse da parte di istituzioni milanesi deputate alla cura della storia Novecento, ma non è accaduto. Mentre invece Claudio De Albertis mi disse che trovava la mia collezione una delle più belle sugli anni Trenta e, visto che la Triennale di Muzio è nata proprio nel 1933, gli sarebbe piaciuto aprire il nuovo anno con una mostra su quel periodo. Non potevo credere alle sue parole, ero davvero colpito.

GG: Certo, è una collezione che perderebbe senso se venisse smembrata. Una possibile problematicità potrebbe allora riguardare l’esporla, il donarla al pubblico e tramandarla ai posteri. 
GI: Credo sia una giusta osservazione. Quando ho scritto il mio primo libro che ho dedicato a Milano, Una caccia amorosa. Arte italiana tra le due guerre nella collezione Giuseppe Iannaccone nel 2010, per tante ragioni, ho sperato fosse solo l’inizio perché Milano si accorgesse di questa collezione e mi chiedesse di esporla.

GG: Credo che collezionare sia compiere un continuo lavoro su se stessi, di analisi e autoanalisi. Mi chiedo se ciò l’abbia aiutata a conoscere alcuni aspetti della sua persona.
GI: Certamente sì. Credo che la collezione sia qualcosa di estremamente intimo. Ci sono cose che nessuno di noi ama dire, ciò che appartiene alla nostra storia e che non conosciamo nemmeno fino in fondo. Il continuo confronto con queste cose intime, che ti scavano dentro, aiuta a conoscerti.

GP: Lei ha sempre colto il maggiore momento di esaltazione poetica degli artisti. Riguardo la sua collezione contemporanea, come riesce a selezionare gli artisti e la loro opera più rappresentativa? 
GI: La grande sfida di oggi è l’arte contemporanea, proprio per la ragione che lei ha sottolineato. Per l’arte del passato si è sostenuti dai libri di storia. Si tratta di qualcosa di cristallizzato che facilita nella selezione e che credo debba aiutare anche nella ricerca di opere contemporanee. Ho sempre cercato di dare un valore particolare al capolavoro. Se si vuole sempre pagare un prezzo di mercato si rischia di non avere mai il capolavoro. Spesso mi è capitato, come con Paola Pivi, di comprare opere da collezioni private. Ovviamente in questo caso la spesa è maggiore, ma bisogna avere il coraggio.

GP: Anche l’opera di Tracey Emin in suo possesso (Money photo [Spider legs], 2001) è uno dei lavori più significativi dell’artista. Quell’immagine ha iniziato Emin al mondo dell’arte. 
GI: L’acquisto di quell’opera è stato un colpo di fortuna. L’ho battuto a un’asta; lì è questione di attimi. Pensi che ricevo tutti i cataloghi di aste contemporanee al mondo. Li guardo tutti, dal primo all’ultimo, e quando vedo un pezzo che mi conquista non me lo lascio sfuggire. L’unico limite è la capacità d’acquisto, ma se c’è la possibilità il capolavoro va portato a casa. Lei ha detto una cosa per me importantissima parlando dell’inizio di Emin. Effettivamente sono molto attento alla prima fase di lavoro, poiché l’ispirazione poetica che l’artista ha all’inizio di solito non è confrontabile a quella successiva.

GP: Agli inizi della loro carriera gli artisti non hanno limiti, non hanno paura, non hanno filtri.
GI: Esatto, le faccio un esempio, Imran Qureshi. Io ho acquistato le orme nel sangue, gli alberi, la prima opera degli alberi che gettano sangue, le miniature degli alberi; però mi mancava la prima miniatura, quando Qureshi era ancora molto legato alla tradizione pakistana. Io ci stavo male, dovevo averla, perché solo avendo quell’opera avrei capito l’evoluzione dell’animo di Qureshi. E alla fine l’ho avuta. Meglio poche cose, ma devono essere quelle giuste.

GP: Come mai non c’è Arte Povera?
GI: Diciamo che l’Arte Povera non era pertinente alla mia curiosità di vedere ancora cosa c’è da raccontare dell’uomo. Non è che io non apprezzi il movimento. Lo apprezzo tantissimo, però al museo. Ecco che ritorna quello che dicevo: il collezionista è capriccioso, non è obiettivo. Inoltre essendo avvocato sono un uomo di parte per definizione. Quando mi dissero di provare il concorso in magistratura rifiutai fermamente. Io voglio essere di parte.
Per quanto riguarda la collezione è la stessa cosa, voglio essere di parte. Io ho quella parte lì, gli altri si occupino delle loro.

GP: E cosa ne pensa invece della pittura contemporanea?
GI: Diversi critici hanno dichiarato “la pittura è finita, basta con la pittura”. Io le dico come la penso, la pittura è la storia dell’arte. È ovvio che chi fa pittura si espone di più alla critica, perché è facile realizzare qualcosa di già visto ed è difficile, invece, aggiungere una pagina nuova alla storia dell’arte. Ovviamente ci sono delle figure che ci riescono lo stesso, anzi sono ammirevoli perché pur utilizzando un metodo tradizionale sono state capaci di innovare a fare nuova poesia. Tra queste, vi sono in particolar modo le donne. Il genere femminile ha diverse cose non dette e che la storia dell’arte non ha mai trattato. Ad esempio Wangechi Mutu realizza opere del tutto inedite.  Ho un suo ritratto che è un capolavoro. Tutti hanno realizzato ritratti nella storia dell’arte, come si fa a fare un ritratto rivoluzionario? Ecco, Wangechi Mutu lo fa. Questo vuol dire che la pittura non finirà mai.

GG: Il suo rapporto con l’opera d’arte mi sembra estremamente viscerale, sentito e molto empatico. E che relazione ha invece con l’artista? Cerca di instaurare un dialogo?
GI: Se posso sì, ma consideri che colleziono arte da tutto il mondo; è quasi impossibile creare una relazione con gli artisti perché non li conosco e non potrò mai conoscerli. Quando ho la possibilità mi fa piacere però devo essere sincero con lei, se dovessi dire che è un mio scopo quello di conoscere gli artisti mentirei. Perché per me l’artista parla attraverso le opere. Spesso ho anche il timore di essere deluso. Ad esempio, non conosco personalmente Michaël Borremans ma cosa può aggiungere la conoscenza di un artista che amo immensamente? Correrei solamente il rischio di essere deluso.

GP: Acquista molto alle aste?
GI: No, non è la mia priorità. La mia preferenza è comprare in galleria, così da creare con i galleristi un rapporto solido. All’inizio della mia collezione avevo alcune difficoltà, perché i galleristi che rappresentano giovani artisti di grande valore tendono a collocarli all’interno delle migliori collezioni. Ecco, questo glielo posso dire, non farei mai il gallerista.

GP: Si è mai trovato a voler vendere, o a dover vendere?
GI: Dover vendere mai. Ho voluto vendere qualche quadro, pochi, pochissimi, parte della collezione di arte contemporanea. Questo non mi è successo per gli anni Trenta, per il motivo che diceva lei, perché studiando non sbagli il colpo.

GP: È da molto che realizza progetti che coinvolgono giovani artisti?
GI: No, non da molto, dal 2015, ora siamo alla terza mostra. Davide Monaldi e Luca De Leva sono stati i primi due, e adesso Andrea Romano. Ho già due sue opere, amo molto il suo linguaggio espressivo, il contrasto forte nel suo lavoro tra fragilità e durezza, l’ambiguità e l’innovazione con cui in particolare si approccia ad un medium classico come il disegno a matita. È un ritrattista straordinario ma le sue opere vanno bel oltre la bellezza formale; durante la mostra del progetto nel mio studio in cui sono esposte sue diverse opere, questo aspetto è evidente: più che la figurazione, all’artista interessano i soggetti che sceglie, legati alla loro fisionomia o al loro carattere, e come li ritrae. Decide di lavorare con le sue mani il marmo che “rinchiude” i lavori, presentato per la prima volta nel mio studio, accresce ancora di più quel senso di spaesamento che spesso si ha tra forme e materiali attraenti e nello stesso tempo respingenti che caratterizzano il suo lavoro.

GP: Cosa ne pensa dei collezionisti che non collezionano come “rifugio della mente” ma come “bene rifugio”?
GI: Non sono collezionisti. Li riconosco subito, parlano d’arte a cena raccontano ciò che hanno comprato, quanto vale e quanto si potrebbe valutare ancora.

GG: Come vede invece il futuro della collezione? 
GI: Spero di avere sempre tanta forza di andare avanti. Attualmente ho diversi progetti sia per la collezione degli anni Trenta che per quella di arte contemporanea. Tra l’altro per me, in un certo senso, è un’unica collezione. Il mio sogno è realizzare una mostra che metta a confronto il sangue di Scipione col sangue di Qureshi, per dimostrare che l’animo umano è sempre quello.

Gea Politi e Giulia Gregnanin