Recensione /

Giorgio Morandi e Tacita Dean Palazzo Te / Mantova

L’auraticità di oggetti così transitori come quelli presenti nelle nature morte di Giorgio Morandi, è probabilmente ancora oggi la ragione (non la sola) dell’inesauribile fascino che questi sprigionano. Palazzo Te ospita una selezione di acqueforti, nature morte e disegni dell’artista bolognese in dialogo con due pellicole nel formato16mm di Tacita Dean. Realizzati nella casa-studio di Morandi – su commissione della Fondazione Trussardi per la mostra “Still Life” a Palazzo Dugnani (Milano, 2009) – i due video sono posti per la prima volta in relazione diretta con le opere dell’artista.
In Still Life (2009) la pellicola restituisce il tempo lento che, a partire dalla carta – che ricopre il piano di lavoro e riporta i segni e l’ordine matematico delle cose –, è indicatore della meticolosità che determina la composizione finale. Dean sceglie il momento primo, in cui nascono quegli spazi, quei piani divenuti “significato” nell’arte di Morandi e per nulla arbitrari. In Day for Night (2009) invece la ripresa è sugli oggetti dello studio; la videoartista qui smembra l’insieme – il solo modo in cui siamo abituati a vedere gli oggetti di Morandi – per scrutarli singolarmente, cogliendone un’inusuale sensualità. Così ogni oggetto ha il suo tempo di esistenza dilatato; la messa a fuoco dei vuoti tra i piani e le forme è flemmatica e calibrata. Le ombre, che appaiono cedevoli, rendono il piano oscillatorio e ricordano il fallimento e la caducità della rappresentazione. Questi spazi sono filtri di un’interiorità riposta e malinconica nei quali si avverte un’empatia col micro-mondo di Morandi e la sua ossessione per il contingente. Osservando ancora i fotogrammi di Day for Night, il piano superiore è tagliato e spezza la profondità in modo categorico, avvicinandosi all’attitudine del pittore.
Nonostante l’approccio didascalico, la mostra invita al confronto e all’osservazione silenziosa di due linguaggi distanti (per generazione e uso mediale) che tuttavia trovano il loro punto di incontro nella sensibilità inusitata di riflettere sul tempo servendosi dell’ordinario.

Eleonora Milani