Recensione /

Bruna Esposito Studio Stefania Miscetti / Roma

Un’atmosfera mediterranea pervade la mostra di Bruna Esposito “Allegro non troppo”. Come spesso nel lavoro dell’artista, l’olfatto è il primo senso sollecitato, con il forte odore di pineta che si avverte appena entrati, un misto di bosco, di resina, di asfalto caldo che richiama le vacanze estive dell’infanzia e i loro lunghi pomeriggi di ozio obbligato, assolati, silenziosi se non per il rumore delle cicale. All’idea di riposo, di sosta, di tempo lungo e goduto fino alla noia, rimanda questa installazione solare, piena di colore, dove amache di rete si intrecciano come liane, pendendo dal soffitto, a volte vuote, a volte riempite di aghi di pino o di carta, per non renderle mai pesanti ma sempre aeree, pronte a muoversi al primo soffio ipotetico di vento. Tutto è sempre mobile, transitorio, infatti, nelle opere di Esposito, sia per la sostanza mutevole dei materiali impiegati sia per la possibilità, lasciata sempre aperta, che le cose cambino, che gli equilibri si rompano e diano vita a qualcosa di diverso, di inaspettato. Un’idea di trasformazione, di organicità, di ciclo vitale che comprende in sé, con naturalezza, il pensiero della morte, dell’impermanenza, ma che lo risolve in una forma di spiritualità individuale e umanistica. Nell’installazione di Roma a questo fanno pensare i due grandi vassoi circolari di metallo posati sul pavimento, pieni uno di bitume, l’altro, ancora, di aghi di pino. Un offertorio, un dono di materie naturali (comunque sdrammatizzato del cerchio da hula hoop che circonda uno dei recipienti) che collega alla terra la lievità degli altri elementi dell’installazione.

Il secondo gruppo di lavori presenti in mostra utilizza la carta velina in cui si avvolgono le arance, un materiale caro a Esposito sin dal suo intervento alla Quadriennale del 1996. Raccolte nel corso del tempo, tutte diverse perché i disegni che le decorano cambiano distinguendo un produttore dall’altro, sono usate per schermare e colorare la luce, coprendo il grande lucernario dello spazio espositivo o il plexiglass di piccole lampade disposte sul muro, che diventano come lanterne magiche.

Cristiana Perrella