Recensione /

Amalia Del Ponte Studio Museo Francesco Messina / Museo del Novecento, Milano

L’intuizione di “Onde lunghe e brevissime”, mostra divisa tra il Museo del Novecento e lo Studio Museo Francesco Messina, non è solo quella di presentare due decadi tanto differenti del lavoro di Amalia Del Ponte, quanto di far convivere due formati ritenuti spesso antitetici e faticosamente accostabili: uno filologico e uno sensoriale.

Nella sezione ospitata dal Museo del Novecento, la curatrice Iolanda Ratti adotta un calibrato approccio storico-critico, recuperando lo studio dell’artista intercorso tra il 1964 e il 1973. Questa prima parte si focalizza sulle ricerche scientifiche e percettive legate alle rifrazioni della luce a contatto con i prismi in plexiglas, i “Tropi”, secondo la fortunata definizione di Vittorio Fagone. Punto di arrivo del percorso è l’opera How do you feel? (1971): il cemento bianco della scultura possiede l’atemporale dignità del marmo, sul quale si rifrange e riverbera la luce filtrata dal plexiglas. La stessa How do you feel? era stata presentata nel 1973 alla XII Biennale Internazionale d’Arte di San Paolo, insieme a Area Percettiva, l’opera ambientale che valse a Del Ponte l’ambito Primo Premio per la Scultura.

La seconda parte della mostra, curata da Eleonora Fiorani presso lo Studio Museo Francesco Messina, espone invece la ricerca di Del Ponte sul suono. Tra il 1985 e il 1995, infatti, l’artista lavora a sculture sonore, i Litofoni, lastre di pietra intonate che vengono poi armonizzate in coreografie e attivate da performers tramite percussori. La sezione si articola quindi attraverso documentazioni video di performance, insieme a disegni e alcuni Litofoni. Il nucleo di questa sezione risiede in Aria della freccia (1994), trittico in pietra di Trani suonato durante la serata inaugurale all’interno di un’inedita performance di Elio Marchesini. Sebbene l’allestimento permanente dello Studio Museo tenti di soffocare un’immersione completa nel dominio del suono, la concitata azione performativa di Marchesini restituisce efficacemente l’instancabile lirismo con cui Del Ponte ha inseguito un equilibrio tra forma e materia, tra scienza e filosofie orientali, tra visibile e sensibile.

Bernardo Follini