Recensione /

Spencer Finch Lisson Gallery, Milano

La rappresentazione dello scorrere del tempo è da sempre centrale, e al contempo, problematica nella pratica artistica. Questo poichè non si esaurisce con la neutrale resa mimetica di un dato fenomenico, ma implica la restituzione dell’effimero e del transeunte ed è, inevitabilmente, investita di connotazioni emozionali, simboliche e allegoriche, perché foriera di una riflessione sulla fugacità della vita e l’ineluttabilità della morte. Sensibile a queste tematiche, Spencer Finch da anni porta avanti attraverso le sue opere – si tratti di installazioni, acquerelli, disegni, video o fotografie – una personale indagine su luce e colore in grado di coniugare scienza e poesia, astrazione e figurazione a partire dalla registrazione/osservazione di elementi naturali e fenomeni atmosferici, siano essi fiori, ombre trascorrenti, albe, crepuscoli, nebbia, movimenti solari. La personale alla Lisson Gallery di Milano ben esemplifica questa attitudine dell’artista americano. Concentrandosi su potenzialità e processi della fotografia, Finch propone nuove modalità di lettura del quotidiano attingendo diacronicamente a un immaginario in cui coesistono tanto le nature morte secentesche – si veda Vanitas (Tulips) del 2012 – quanto le Cattedrali di Rouen di Monet e le sperimentazioni filmiche di Warhol con Empire – analogo in Thank you, Fog del 2009 il focalizzarsi su uno stesso soggetto ma in un contesto via via mutevole. I riferimenti letterari e poetici si intrecciano e rincorrono, fondamentali Emily Dickinson per The daisy follows soft the sun del 2017 (dei sei lavori esposti il più recente) e Federico Garcia Lorca per Lemon Tree (2010), dove il particolare si fa universale e arriva a toccare memoria ed esperienze tanto del singolo quanto della collettività. Il percorso si conclude idealmente con Self-Portrait as Crazy Horse del 1993 che nel suo trasformare l’intero spazio in un apparecchio fotografico/camera oscura evidenzia l’affascinante complessità del mezzo stesso in quanto “scrittura di luce” e la sua capacità di catturare la melanconica bellezza della presenza di una assenza.

Damiano Gullì