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Puppies Puppies T293 / Roma

Dopo l’intervento Liberty (Liberté) (2017) presentato alla Biennale del Whitney del 2017 –  dove un’immagine a grandi dimensioni dell’occhio di Sauron accoglie e saluta i visitatori, mentre all’ottavo piano del museo uomini e manichini  travestiti da Statua della Libertà giacciono astanti e nel bookshop sono vendute per 5 dollari riproduzioni in schiuma della corona del monumento simbolo dell’America – Puppies Puppies, in una modalità per certi versi simile, invade letteralmente lo spazio di T293 a Roma.
Installazione site-specific o “partecipativa”, intervento o scultura; quando si parla di Puppies Puppies le categorie vacillano, come le definizioni. Anche il comunicato stampa della mostra – scritto da Forrest, suo compagno nella vita e voce del lavoro di Puppies (un’operazione analoga l’aveva precedentemente compiuta per “An exhibition in several parts…”, Balice Hertling, Parigi 2016) – perde la sua funzione originaria e diventa una lettera/manifesto che, con slancio corale, invita chiunque a entrare nella realtà trasversale dell’artista e a comprendere che “solo gli esseri umani, addestrati in un certo modo da corporazioni brutali, accettano di essere rinchiusi dentro piccole scatole, soggette a violente turbolenze, con aria viziata e sconosciuti”.
“Barriers (Stanchions)”, ovvero il titolo della mostra, è l’immagine esatta del luogo della galleria che si è chiamati a percorrere. Elementi comunemente presenti negli aeroporti, utilizzati per determinare perimetri che simboleggiano l’ordine, l’attesa, il controllo sono disposti come un labirinto, non così distanti da come siamo abituati a vederli. Un camminamento monotono, che si arresta nel momento in cui un’insegna che reca la scritta “Per gli immigranti LGBT l’espulsione può essere una condanna a morte. È ora di un nuovo approccio” è posta sulla parete, cruda e reale. Quell’insegna riporta alle torture ancora oggi applicate, come le “telefonate a Putin” (gergo dei servizi russi per definire l’uso di scariche elettriche trasmesse attraverso il lobo dell’orecchio) o il “delitto d’onore” (contro il diritto all’esistenza dei gay, diffuso in Cecenia).
Adorno ha impregnato l’estetica del Novecento sulla sostanziale differenza del produrre/riprodurre – rispetto al ruolo dell’arte –, e forse questa dicotomia assume oggi un’attualità diversa e ugualmente necessaria. In questo senso si potrebbe affermare che Puppies Puppies utilizza la riproduzione infinitesimale per produrre fenomeni visibili. La sua riflessione sui sistemi propri della cultura e subcultura mediatica è una conseguenza o un movente del lavoro sull’identità; l’artista ne scardina il senso dall’interno, partendo proprio dal nome e dal ruolo che oggi può ancora significare. Puppies Puppies qui rende ancora una volta evidente la scelta di camuffare la sua identità attraverso la problematizzazione delle nozioni di genere, plurale/singolare e specie vivente. Questo si pone in opposizione a un elemento ripetibile e riproducibile come le barriere, che esistono invece nella volontà di determinare differenze assegnando un valore e connotando ogni individuo proprio in base a questioni legate alle generalità.
L’insistenza o l’urgenza di lavorare su loghi, oggetti e immagini iconiche della quotidianità contemporanea non è più solo irriverenza del gesto o il banale pretesto di suscitare reazioni nello spettatore. Puppies Puppies ha il potere di riportare l’arte su problematiche sociali attraverso un linguaggio proprio e riconoscibile, leggero, che ha il pregio (a volte) di restare in superficie per chi non vuole o non riesce a leggerne l’humus.

Eleonora Milani