Monika Szewczyk e Hendrik Folkerts su documenta 14

Intitolata “Learning From Athens”, la 14a edizione di documenta prende luogo sia nella storica base di Kassel che ad Atene. Secondo il curatore Adam Szymczyk, questa scissione è un invito a ripensare gli assetti geopolitici e apprendere dalla città che è stata la culla della cultura e dell’europeismo. Monika Szewczyk e Hendrik Folkerts, parte del team curatoriale di documenta 14, approfondiscono alcuni temi relativi alla rassegna in un’intervista rilasciata a marzo, in seguito alla conferenza stampa di Kassel.

William Kherbek: Come documenta 14 ha manifestato la propria presenza pubblica in entrambe le città?

Monika Szewczyk: Vorrei innanzitutto precisare che il public program è stato progettato a cadenza settimanale, in luoghi di facile accesso. Alcuni degli interventi si tengono al Parko Eleftherias (Athens Municipality Arts Center), così battezzato dal capo di stato Eleftherios Venizelos; eleftheria in greco significa libertà – un nome con una certa risonanza. Abbiamo avviato il public program con “34 Exercises of Freedom” [“34 esercizi di libertà”], invitando diversi artisti a ragionare attorno al tema. Non avevamo programmato molto, proprio per lasciare integro il concetto di libertà, e quello che è stato prodotto era, in un certo modo, una reale polisemia.
Anche se la diversità e la polifonia sono temi già trattati dalle istituzioni pubbliche, credo che “34 Exercises of Freedom” sia riuscito a invitare gli artisti a ridefinire il significato di libertà attraverso azioni, rituali ed esercizi – teniamo a mente che la libertà non è mai qualcosa in proprio possesso ma piuttosto deve essere costantemente rinnovata per esistere.

Hendrik Folkerts: In aggiunta al public program attualmente in corso ad Atene, dal 27 al 29 aprile prenderà piede una sorta di festival, intitolato “How Does it Feel to be a Problem” [“Come ci si sente ad essere un problema”]. “34 Exercises of Freedom” ha inaugurato la presenza pubblica di documenta ad Atene, mentre  “How Does it Feel to be a Problem” avvierà la presenza a Kassel – due lati della stessa medaglia. È un bel cambiamento attorno al tema, che desidero vedere da tempo.

WK: Monika, hai parlato della nozione di valore – o meglio, il modo in cui i musei o le istituzioni possono immagazzinare valore – e di come queste forme di valore coinvolgano questioni economiche più ampie. Potresti approfondire questo punto e i sistemi che documenta 14 vuole adottare per presentarsi come contenitore di valori?

MS: Siamo interessati a scandagliare i modi in cui il valore si impone cerimonialmente. Talvolta è concepito come accordo sociale piuttosto che qualcosa stabile e solido, sebbene la cerimonia spesso coinvolga elementi materiali che sono altamente stabili.
Penso a quando siamo arrivati ad Atene e, dal tetto dell’EMST, guardando l’acropoli ci siamo chiesti “che cos’è questo luogo?”. Il Partenone nel corso della sua storia ha assolto a diverse funzioni: nato come tempio per Athena Parthenos – la statua cirsoelefantina costituita da grandi quantità di oro e avorio degli stati membri della lega delio-attica –, durante l’impero bizantino è stato tramutato in chiesa cristiana, poi in una moschea, fino ad assolvere la funzione di polveriera durante la guerra. Oggi è un’attrazione turistica, ma una di quelle che mantiene una sorta di valore segreto perché le persone continuano a credere – così come per molte rovine greche – che sia un luogo sacro, uno spazio dalla forte energia che non può essere catturato dalle religioni istituzionali.

HF: Così come l’EMST è il museo nazionale d’arte contemporanea, documenta è esistita, per lungo tempo, come una mostra simbolica con forti connotati che hanno a che fare con la storia della Germania e della sua cultura, su uno sfondo politico e ideologico molto potente. Credo che questa divisione tra Atene e Kassel permetta di interrogare la storia e provi a ricollocare il valore che documenta apporta – magari anche a livello economico (siccome continua a definire le sue relazioni con il mercato dell’arte), ma anche su un livello storico, culturale e politico.

WK: Hendrik, hai parlato delle aspettative di pubblico e come gli spazi possono esercitare una sorta di pressione attraverso la loro impostazione e progettazione oppure, come nel caso di documenta 14, attraverso lo spostamento e ricollocamento di opere d’arte da un’istituzione a un’altra, in un modo che attraversa geografie fisiche e politiche. Come vedi la ricezione del pubblico in relazione a tale spostamento e ricontestualizazzione?

HF: Una cosa che Adam [Szymczyk, il direttore artistico] ha cercato di sviluppare fin dall’inizio – che solo dopo un po’di tempo ho compreso appieno – era che nell’esperienza della mostra ci sarebbe dovuto essere un senso di perdita; occorreva considerare che per più di un mese le sedi sarebbero andate avanti simultaneamente e, di conseguenza, per il pubblico non sarebbe mai stato possibile accedere a tutto contemporaneamente. Inoltre non tutti hanno le conoscenze o la volontà di visitare entrambe le città. Quindi la configurazione dislocata della mostra giocherà un ruolo abbastanza importante nell’esperienza; non nel senso di “ahah non puoi vedere tutto”, ma più in un’accezione simbolica – come de-spettacolarizzare e riconfigurare il modo con cui guardiamo all’exhibition-making e alla spectatorship.

MS: Solitamente si presuppone di dover dare alle persone abbondanza, e non senso di perdita.
Senza l’esperienza di entrambe le città i visitatori probabilmente si sentiranno smarriti; c’è questo senso di perdita poiché non puoi vedere tutto, ma c’è anche un senso per cui, per imparare, hai bisogno di smarrire te stesso in un luogo, piuttosto che permettere alle griglie cartesiane di organizzare le informazioni per te.

WK: Spostiamo il focus sulle opere: Monika, hai parlato del ruolo della tessitura come una tecnica presente in diversi lavori. Dando risonanza alla tessitura e legandosi alla mitologia greca, potresti spiegare come potrebbe figurare nella mostra?

MS: Mi viene in mente questa donna incredibile, Bia Davou, che, in un certo modo, è riuscita a connettere la cibernetica ai racconti epici di Penelope attraverso opere grafiche e diagrammatiche. Abbiamo invitato anche un’altra artista, Irena Haiduk, che lavora con tessitrici e sarte in ex-Jugoslavia; per le sue opere coinvolge anche le industrie tessili manifatturiere, consapevolmente al passato del paese: all’avanguardia nella rivoluzione industriale e nel corso della rivoluzione informatica. Quindi questa storia ritorna ciclicamente.

HF: Nella mostra in senso allargato, stiamo indagando come la tessitura, che è basata su pattern, sia vicina alla partitura come oggetto, sia nell’arte contemporanea che nella performance. Ci sono stati diversi discorsi prodotti attorno alle partiture, ma stiamo cercando di interpretarli in maniera abbastanza aperta pensando alla partitura come, da una parte, a un dispositivo istituzionale, e dall’altra, a una nozione che possa essere interpretata e performata liberamente da chiunque. All’EMST presenteremo un artista dall’Ungheria di origini serbe che sta producendo partiture visuali basate su pattern cuciti, ritagli di giornale e notazioni musicali, ma anche su chip di computer rinvenuti e suoni basati su questi. La relazione tra il pattern (la partitura) e il corpo (la sua voce) è aperta a diverse interpretazioni. Si potrà sentire come queste relazioni saranno intrecciate l’una con l’altra; molti altri artisti lavorano con pattern, tessitura e spartiti.

MS: Ad Atene c’è un centro chiamato Mentis Centre for the Preservation of Traditional Textile Techniques. Il direttore Virginia Matseli mi ha raccontato come i fili comandati dalle macchine seguano le danze tradizionali greche. Si possono vedere le bobine performare delle incredibili coreografie in una bellissima dialettica. Ci stiamo imbattendo in queste connessioni che aprono ancora una volta una discussione riguardo la mitologia greca, in cui la tessitura è ritratta come un’ultimo modo del fare. Athena è una divinità che, tra le altre cose, è patrona della tessitura.

William Kherbek

(Traduzione dall’inglese di Giulia Gregnanin)