Recensioni /

Martino Genchi Michela Rizzo / Venezia

Gli spazi della Galleria Michela Rizzo hanno assunto le sembianze di contenitori spazio-temporali in grado di accogliere e conservare al loro interno creature “altre”, provenienti da una nuova dimensione.
Martino Genchi dopo aver “affondato i denti in una piattaforma di ghiaccio” è riuscito a creare un varco e portare in superficie quella vita nascosta – simile ma aliena alla nostra – con cui è entrato in contatto. L’artista ha quindi segnato lo spazio con una serie di visioni trasformate, che si attivano mediante lo sguardo del visitatore accolto all’interno di un’atmosfera capace di restituire l’immaginario di una barriera ghiacciata, bianca e accecante. Tali visioni sono rese possibili grazie all’innesco di una serie di attrazioni e frantumazioni come avviene con i Timegraft (2017), poligoni metallici di forma irregolare ancorati e mantenuti in sospensione alla parete tramite dei tiranti. La lastra argentea che li costituisce è uno strato di materia viva e presente che prima blocca e poi incuriosisce il nostro sguardo, suggerendo una scomposizione che connota il livello di visione successivo occupato dai Drawings (2017); disegni geometrici che riportano un paesaggio costruito da una moltiplicazione esponenziale di linee vettoriali ottenute esasperando la capacità di calcolo del computer. Dallo spazio circoscritto della cornice, questi tracciati sembrano determinati a propagarsi nello spazio per dare così origine ai Linger (2016), fari di automobile incorporati a sculture di gesso adagiate per terra.
Tra astrazione e costruzione simbolica Genchi ricrea echi di forme riconoscibili: le sue Pietre Matrici (2017) sono fissate al muro come dei reperti di un’epoca lontana ed estranea che, una volta contemplate, permettono al visitatore di addentrarsi sotto la loro superficie.
“Bite Into The Ice Shelf” diventa così non solo il titolo della mostra ma un’esortazione sussurrata a gran voce.

Michela Murialdo