Recensione /

Andres Serrano Alfonso Artiaco / Napoli

Con uno sguardo attento a cogliere la fine della bellezza, lo sfiorire della vita, la lucentezza della morte o la brutalità umana che si nasconde dietro quotidiane scene oscene e atti immorali, Andres Serrano disegna da tempo un percorso fitto di analisi e studi sulle sofferenze dell’uomo nella società contemporanea. Artista controverso e in alcuni casi dissacrante – come non ricordare Piss Christ (1987), immagine e azione di un crocifisso in plastica immerso in un recipiente pieno di urine che ha scosso il sistema nervoso del moralismo planetario – Serrano pone l’attenzione sul dolore degli altri per mostrare i tormenti umani, la sofferenza delle vittime e di rimbalzo la banalità del male attivata dai loro carnefici.
Per la sua terza personale da Alfonso Artiaco, Serrano propone – dopo le mostre “L’Inferno di Dante” del 1994 e “Budapest” del 1995 – un nuovo itinerario che punta l’attenzione sulla tortura, su “un crimine ignobile e lurido, commesso da uomini contro altri uomini, e che altri uomini ancora possono e debbono reprimere” (Sartre). Considerata in passato come una sorta di “acqua lustrale” o come una “magica espiazione” (a ricordarlo è Francesco Mario Pagano che ne condanna le nefandezze), la tortura è per Serrano luogo di riflessione, di azione, di analisi sulla matta bestialità umana e sulla sofferenza che inevitabilmente ne deriva.
Il corridoio claustrofobico di una prigione, la stanza buia in cui si intravede un tavolo utile a aggredire e vivisezionare il corpo di turno, individui ritratti un attimo prima della morte, macchine e oggetti del dolore (maschere di ferro, catene, vergini di Norimberga), figure mortificate o volti incappucciati, identificabili solamente dopo aver riconosciuto il pallore delle spalle che, come angoli di colore caravaggesco, chiudono seducenti composizioni piramidali. I diciotto lavori della serie “Tortura” scelti per impaginare questa nuova esposizione immergono il fruitore in un percorso fatto di pose eroiche e eleganti che rivelano una realtà inquietante, una fragilità mentale e fisica, una turbolenza che ha il gusto acre e pungente della quotidianità.

Antonello Tolve