Recensione /

Marisa Merz Met Breuer / New York

Fino al 7 maggio prossimo il Met Breuer di New York ospita “Marisa Merz: The Sky is a Great Space”, prima retrospettiva dell’artista italiana negli USA. Tra giugno e agosto la mostra si sposterà all’Hammer Museum di Los Angeles. I due curatori, Ian Alteveer del Met e Connie Butler dell’Hammer, hanno lavorato in stretta collaborazione con la Fondazione Merz di Torino e hanno prodotto, a corredo della mostra, un imponente catalogo, che ha il merito di aprire nuove prospettive di ricerca e di liberare il lavoro di Merz da quelle consumate etichette che lo riducono a episodio locale, principalmente legato all’essere donna e madre.
L’allestimento della mostra, che occupa l’intero secondo piano del museo, non risponde a criteri cronologici o tematici; tenta piuttosto di portare alla luce le connessioni presenti nell’intera produzione dell’artista, facendo i conti con la tendenza – comune in Merz così come in molti protagonisti di quegli anni – a considerare l’opera d’arte un organismo dotato di una propria vitalità e dunque soggetto a continui cambiamenti di stato, mai cristallizzato in una forma definitiva. Il dialogo tra i curatori e Merz stessa è stato in grado di mettere in forma il dinamismo e la proliferazione che caratterizzano rispettivamente l’operato dell’artista e la sua casa-studio di Torino.
La mostra prende avvio con le celebri Living Sculptures, ammassi pendenti di fogli di lamiera, al contempo repulsivi e attraenti. Merz li concepì nella seconda metà degli anni Sessanta e li mostrò pubblicamente in più di un’occasione. L’impatto di queste grandi sculture è notevole e si avvicina a quello prodotto da un ambiente esperienziale: è sufficiente osservare qualche fotografia del loro allestimento al Piper Pluri Club di Torino nel 1967 per coglierne la forza espressiva. Contrapposta alla violenza delle forme in lamiera è la delicatezza dei lavori a maglia, tessuti prima con il filo di nylon e poi con quello di rame. La sensibilità del gesto è associata alla robustezza della materia; ciò che ne scaturisce è una costellazione di forme, capaci di catturare l’occhio dello spettatore e di condurlo nei luoghi più intimi della produzione e del pensiero di Merz. Nelle vicinanze, una stanza più raccolta delle altre cerca di offrire un saggio della vivace creatività che permea l’alloggio-studio dell’artista, riunendo in un unico ambiente opere appartenenti a periodi differenti. Le altre sezioni della mostra si sviluppano secondo una traiettoria spiraliforme – figura cara sia a Marisa sia al compagno Mario – e accostano sculture e disegni più datati a lavori recentissimi.
La ricca galleria di disegni – tra cui spiccano quelli di grandi dimensioni realizzati per lo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1996 – e il gran numero di Teste in argilla cruda – prodotte sin dalla metà degli anni Settanta – meritano una menzione a parte. Visti nel complesso, gli uni accanto alle altre, possiedono eccezionali qualità espressive e sonore. La voce di Merz, che per lungo tempo si è pensata provenire da un mondo di intima fragilità, si rivela potente e fiera, come nelle prime opere in lamiera. Arcana, energica e sensuale, l’arte di Marisa Merz arriva finalmente al più ampio pubblico americano. Oltre all’accoglienza, resta da valutare il lavoro di ricerca che ne scaturirà: per il momento, se si tiene conto dell’impresa editoriale che accompagna l’evento, più che promettente.

Fabio Cafagna