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Alessandro Bava e Tenzing Barshee su Spazio Artisti, Napoli

Alessandro, come e perché nasce Spazio Artisti?

Alessandro Bava: Spazio Artisti è un esperimento domestico di convivenza tra la mia famiglia e i residenti. Mi interessava mettere a disposizione di artisti e architetti della mia generazione, per alcuni mesi all’anno, un appartamento a Pozzuoli che il resto del tempo i miei genitori affittano online. Quindi, qualche anno fa, con l’artista Marlie Mul, che era mia ospite a Pozzuoli, pensammo di trasformare il via vai di ospiti in un vero e proprio programma di residenza. Lei realizzò una serie di fotografie, una specie di branding. Scegliemmo il nome come un omaggio semi-serio all’Artists Space di New York: l’ho sempre ritenuto un posto speciale per la sua storia e la sua programmazione attuale. È poi l’arte contemporanea a Napoli, dai tempi di Lucio Amelio, ha una strana ossessione con New York e l’America (che condivido!), quindi mi sembrava appropriato iniziare una strana copia italiana, provinciale, e familiare di un’istituzione americana.

Quale contributo vorresti che la residenza desse al panorama artistico locale? 

AB: Spero che la residenza contribuisca a connettere artisti e architetti internazionali e con quelli napoletani e che gli ospiti riescano a investigare un lato di Napoli alternativo ai cliché rappresentativi che anche le istituzioni artistiche della città continuano a sostenere: la città dei palazzi barocchi, quella borbonica e polverosa che affascina i turisti. A me interessa la Napoli moderna: le invenzioni e i fallimenti di una città mediterranea che ha provato a costruire la propria versione di modernità nonostante le piaghe della criminalità e le difficoltà strutturali causate dal processo imperfetto dell’unificazione italiana. Napoli oggi è per me la provincia, con le case popolari costruite dai gradi architetti italiani, il centro direzionale di Kenzo Tange, e la Posillipo borghese, con i palazzi d’affitto alla milanese. Spazio Artisti è parte della provincia moderna, a ridosso dei Campi Flegrei, un territorio sviluppato su un mastodontico vulcano attivo che per i Romani era l’ingresso dell’inferno.

Hai dei modelli a cui hai guardato mentre progettavi la formula di Spazio Artisti? 

AB: Sicuramente la residenza per artisti e architetti del MAK Center di Los Angeles di cui sono ospite al momento.

Tenzing, venerdì la galleria Acappella di Napoli inaugura la mostra “Solo cose belle” con opere degli artisti Daphne Ahlers, Vittorio Brodmann, Daniel Faust e Lilli Thießen. Tre di loro hanno partecipato insieme a te alla prima residenza di Spazio Artisti, e in un certo senso la mostra conclude quest’esperienza. In che modo condividere la tua vita quotidiana con gli artisti ha influenzato la tua comprensione della loro pratica e, di conseguenza, ha influito sulla forma finale della mostra?

Tenzing Barshee: La vicinanza e la condivisione di un periodo così intenso con Daphne, Vittorio e Lilli ha sicuramente influenzato i modi di lavorare su questo progetto. Credo di essere abituato a una distanza maggiore. Quest’esperienza ha rappresentato però un momento importante di apprendimento e umiltà; ha dato forma alla mostra e alla mia comprensione di essa in modi che sto ancora cercando di afferrare.

Pensi che i progetti che Daphne, Vittorio e Lilli hanno sviluppato durante la residenza riflettano il paesaggio visivo e culturale di Napoli?

TB: Molte delle opere sono state effettivamente spedite dall’estero. Quelle terminate nel corso della residenza riflettono in qualche modo il paesaggio culturale o visivo in modi molto sottili e intelligenti. Ma l’essenza di come sono state concepite queste opere proviene anch’essa da lontano. Direi piuttosto che quest’esperienza – la residenza e la mostra – determineranno le nostre intenzioni nel futuro prossimo. Spero quindi che tutti noi potremmo prelevare pezzi di Napoli e portarli con noi ovunque andremo.

Michele D’Aurizio