Recensione /

Roberto Cuoghi Centre d’Art Contemporain / Ginevra

“Il senso delle cose era tanto diverso che riuscivamo solo a registrare i margini di un segreto elaborato”. È l’affermazione di Jame Axton, protagonista de I nomi di DeLillo che, a contatto con le antiche civiltà greca e mediorientale, si ritrova in un territorio estraneo, incapace di riconoscere un centro cui ricondurre i particolari. La prima retrospettiva di Roberto Cuoghi, che ripercorre vent’anni di attività, sospinge similmente lo spettatore ai margini di un segreto complesso, a partire dall’enigmatico titolo. È nella forma in formazione, nella natura naturans che risiede la qualità vitalistica che attraversa l’opera di Cuoghi, nella quale il centro si disperde nel processo, nella continua propagazione delle forme, nella loro ricorsività. Al primo piano dell’esposizione, il demone Pazuzu è immanente a un cospicuo corpus di opere: come per l’azione del vento di cui è sovrano, egli plasma la materia, la scalfisce per imprimervi le proprie fattezze, migrando dai disegni al legno, alla pietra. La variazione nella ripetizione è alla base di Putiferio (2016-17): una proliferazione di granchi in ceramica, ottenuti dalla scansione tridimensionale di un vero granchio, lavorati con materiali eterodossi e tecniche sperimentali, infine cotti in forni realizzati dall’artista. Frutto di ibridazioni e innesti, mutilazioni e aberrazioni, secondo la definizione di Baltrušaitis, le sculture invitano a disarcionare la logica, ad accogliere la deformazione e il travisamento come parte integrante del processo di formazione. Al piano superiore è il volto stesso dell’artista ad aver subito la reiterazione, sempre diversificata, sia negli autoritratti del 2010 sia in quelli de Il Coccodeista (1997), serie che ne conta in totale circa settanta, tracciati su carta da lucido, eseguiti da Cuoghi indossando un paio di occhiali su cui sono stati montati i prismi di Pechan che invertono la visione. Mentre lo sguardo dello spettatore insegue le caleidoscopiche fattezze dell’artista, il suo effettivo aspetto si ritrae, come in un rimando di echi di cui non si riconosce l’origine. Lo stesso avviene osservando le figure dai contorni sdoppiati che affiorano sulle superfici, dense da sembrare palinsesti, dei cosiddetti Asincroni (2003) o delle mappe (2003-07), immagini fantasmatiche, decentrate, provenienti da dimensioni sconosciute, che abitano una smagliatura del tempo.

Sara De Chiara