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La fine del mondo Centro Pecci / Prato

“Forse, guardandone la distruzione, finalmente sarebbero riusciti a vedere come era fatto il mondo. I mari, le montagne. Il poderoso contro spettacolo delle cose che cessano di esistere. La sconfinata desolazione, idropica e gelidamente terrena. Il silenzio”. [Cormac McCarthy, La Strada, Einaudi, 2006, pag.25]. L’idea di fine del mondo è sempre stata oggetto di riflessione per la specie umana, che l’ha trasposta al cinema (Melancholia di Lars von Trier, Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick, Interstellar di Christopher Nolan), in letteratura (La strada di Cormac McCarthy, L’ombra dello scorpione di Stephen King, Notturno di Isaac Asimov), in arte (le xilografie di Durer, i dipinti di Bosch, le illustrazioni di Blake), in un tentativo di padroneggiarla, sintetizzarla, comprenderla. Perché l’apocalisse dovrebbe condurre a una rivelazione – dal greco kalýptein togliere il velo, disvelare; o forse, più semplicemente, trattare l’apocalisse porterebbe a esorcizzare una paura condivisa poiché è parlando della cosa che, scaramanticamente, si allontana la possibilità che questa accada.

“La fine del mondo”, mostra inaugurale del rinnovato Centro Pecci di Prato, è consapevole delle teorie e degli sviluppi del tema, che argomenta magistralmente nell’ampio catalogo ma rifugge consapevolmente nel dispositivo-mostra. Come lo stesso direttore Fabio Cavallucci afferma, l’esibizione non vuole fornire risposte e nemmeno imporre visioni, ma innescare suggestioni che possano rendere manifesto l’odierno stato di incertezza, dato dall’incapacità di comprendere i grandi cambiamenti in atto. Utilizzando come giustificazione l’iper-complessità del contemporaneo e la violenza interpretativa della curatela che spesso trasforma le opere in parole, Cavallucci delega l’atto ermeneutico al visitatore, al quale è richiesto di vivere la mostra nella sua temporalità. Orfano di padre, il pubblico si trova a non essere sostenuto da un vero e proprio discorso curatoriale e a dover fronteggiare in solitudine un invito, nemmeno troppo sotteso, a riconoscere che l’individuo altri non è che un granello infinitesimale nella curva spazio tempo. La fine del mondo è dunque interpretabile come una necessità di ridefinizione e ricollocamento dell’uomo, incastrato in una contemporaneità amnesica che ha smarrito leggi e sistemi di valore.

La mostra, più simile per intenti e formato a un’esposizione da biennale che a una semplice collettiva tematica, indugia molto sull’idea di geologia, a volte in maniera troppo didascalica. Gli scatti di Faycal Baghriche (Atlas Series, 2015) le celebri marmorizzazioni su carta di Kerstin Bratsch (Unstable Talismanic Rendering [Poli’ahu’s Cure] with gratitude to master marbler Dirk Lange, 2016) , i ghiacciai della Patagonia immortalati dall’obiettivo di Darren Almond (Present From Exposed II, 2014), sono affiancati alle turmaline, i quarzi, le acquamarine della collezione privata del fisico Adalberto Giazotto. I dialoghi si spingono su un territorio scivoloso – i readymade duchampiani vengono accostati alla Venere di Savignano, la voluttuosa statuetta del paleolitico superiore –  restituendo una wunderkammer forse troppo azzardata.

È nelle sale dedicate alla presenza umana, a tratti inumana e disumana, che la mostra si fa particolarmente intensa e coraggiosa, ovvero dove è esibito il lato politico e di ribellione, come in The Threat (2016), filmato delle azioni performative di Petr Pavlensky in cui protesta contro l’aumento di sorveglianza e il terrore creato dallo statalismo russo, o in Haranga (The Burning) (2014) di Lydia Ourahmane, videoclip registrati dai profughi durante gli sbarchi in Mediterraneo.

Ma il futuro di cui tratta la “La fine del mondo” è collocato nel tempo presente. Non tanto per un collasso del domani sull’oggi – come ha invece teorizzato la 9a Biennale di Berlino “The Present in Drag” – quanto più per una presa di coscienza che la fine del mondo è già avvenuta, non una volta ma in innumerevoli occasioni, e che il tempo in cui viviamo fatichi a prospettarsi un futuro a causa di una perdita di punti di riferimento. “La gente si preparava sempre al domani. A me sembrava assurdo. Il domani non si stava certo preparando per loro. Non sapeva neppure che esistessero” [McCarthy, La Strada].

Giulia Gregnanin