Recensione /

Elisabetta Benassi Magazzino / Roma

La memoria del Novecento, e i suoi fantasmi, risiedono per Elisabetta Benassi nelle macchine. Motori, ingranaggi, lamiere e l’immaginario poderoso ma ormai obsoleto a essi connesso, sono spesso il materiale da cui parte il lavoro dell’artista romana, l’oggetto simbolico attraverso il quale si attiva la riflessione sulla storia del secolo breve e sul fallimento delle ideologie moderne che sostanzia le sue opere. Dalla motocicletta vintage di Timecode (2000), in sella alla quale l’artista immaginava di condurre Pasolini per le periferie della Roma contemporanea, alla ex-pista di collaudo del Lingotto di Torino in Terra (2003), passando per la desolazione degli sfasciacarrozze descritta in Tutti morimmo a stento e Suolo (2005), alla lampada Morse usata sulle navi da guerra e all’antiquata apparecchiatura per la lettura di microfilm di All I Remember (2010), si arriva, in un percorso tra oggetti e luoghi che ci raccontano un’epoca in cui la smaterializzazione dell’economia post-industriale sembrava ancora lontana, alle opere esposte in questa mostra.
Intitolata “Letargo”, è giocata tutta sull’opposizione di naturale e artificiale, a partire dall’opera omonima (2016) che si incontra nel cortile, una vecchia Ford Escort giardinetta (appartenuta a Francesco Clemente) nel cui bagagliaio, riempito di terra, sembrano aver trovato l’habitat ideale due enormi tartarughe, in realtà due calchi in bronzo del loro guscio. O ancora il pannello da officina di Salamandra Zaf (2016), riempito di emblemi di automobili che hanno il nome o il simbolo ripresi dal mondo animale, per arrivare a Mimetica (2016), una palma artificiale del tipo usato per nascondere le antenne delle telecomunicazioni, reclinata e conficcata tra due spazi della galleria, quasi a volerli aprire a un esterno di paesaggio romano, all’esotico addomesticato che punteggia le sue piazze. Accanto alla palma, Autoritratto al lavoro (2016), una motozappa d’epoca, marca Officine Benassi, rossa fiammante. L’artista colloca sé stessa nel tempo sospeso delle sue macchine: sottratte all’attività produttiva divengono dispositivi per reinterpretare la storia, per capirne i cambiamenti e le loro conseguenze nel presente.

Cristiana Perrella