Recensione /

Corrado Levi Ribot / Milano

“Questa mia mostra può essere interpretata in chiave musicale con in apertura un accordo squillante e prolungato seguito da un tempo lento appena udibile formato da un unico tema ripetuto in delicate variazioni, tema che poco a poco scende nella scala cromatica alle note più basse, seguito da un terzo tempo in cui c’è un unico groviglio di note cupe e inestricate che si prolungano quanto l’accordo dell’inizio. Chi vuole lo legga come un brano autobiografico”. È Corrado Levi stesso a introdurre la sua personale alla galleria Ribot di Milano con una metafora musicale per nulla casuale. La musica, infatti, è una delle grandi passioni di Levi, figura eclettica – architetto, artista, intellettuale, agitatore culturale, docente, critico, curatore, collezionista – che, con sensibilità rabdomantica, negli anni ha intercettato e promosso alcune delle esperienze più significative della scena artistica milanese e non solo. La vita di Levi è costellata di luoghi e incontri speciali – da Torino a Milano, da New York a Marrakesh, da Felice Casorati a Carlo Mollino, da Franco Albini a Carol Rama. L’irrequietezza del vivere e del pensiero trova il proprio correlativo oggettivo in segni veloci e aggrovigliati, in gesti rapidi e nervosi, con un fluido scivolamento dall’astrazione alla figurazione, sotto l’egida degli ideali lumi tutelari Cocteau e Licini. L’insistenza sul corpo o, per meglio dire, sulle sue parti, è una costante in Levi, come dimostrano i Nudi dei primi anni Ottanta, la silhouette “rubata” al Pontormo di Ce l’ho in un piede (1987), o, ancora, Quasi, autoamori di Johnny (2004) e 6 tele (2012-2013). Nelle opere esposte in galleria, attraverso un estremo processo di semplificazione formale – dove il bianco puro delle tele è in ideale continuità immersiva con quello delle pareti della galleria – affiorano tracce e brandelli della quotidianità, corpi di amici, amori e compagni di strada, la cui evanescenza induce a interrogarsi sull’idea stessa di corpo e sulla sua percezione. L’apparente asetticità degli spazi gronda di un erotismo soffuso e diffuso, delicato e poetico. Evidente, al contempo, la sapiente costruzione architettonica di tali spazi. L’alternarsi di verticalità e orizzontalità si fa ascesa – “élan vital” – e caduta, in un percorso, forse, iniziatico, che va dalla bicicletta appesa alla parete, macchina celibe di duchampiana memoria, alle gomme “nel sottosuolo”, evidente richiamo all’opera dell’amica Carol Rama. Nella sua immaterialità ed essenzialità la mostra è densa, colta, complessa, perfetta traduzione della concezione dell’arte da parte di Levi: arte come differenza – perché la differenza è ricchezza – e, per riprendere ancora le sue parole, “arte come portatrice di scommessa e non come portatrice di verità”.

Damiano Gullì