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Christine Macel sulla 57a Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia

“‘VIVA ARTE VIVA’ è una Biennale con gli artisti, degli artisti e per gli artisti”. La centralità degli artisti e delle loro pratiche si riflette nella struttura stessa dell’esposizione, che sarà scandita in alcuni spazi di confronto e intervallata da momenti di riflessione, volti ad approfondire ciò che sottende il processo creativo: il Padiglione degli Artisti e dei Libri, restituirà l’atmosfera dello studio d’artista e la dimensione temporale che vi regna; l’iniziativa Tavola Aperta sarà un ciclo di incontri conviviali tra gli artisti e il pubblico; il Progetto Pratiche d’Artista consisterà nella proiezione di video incentrati sul modo di lavorare dei loro stessi autori; infine, ne La Mia Biblioteca, intitolata come il celebre saggio di Walter Benjamin, le opere saranno raccontate attraverso i libri che le hanno ispirate.

Sara De Chiara: Qual è stata la reazione degli artisti al suo invito a condividere con il pubblico gli aspetti più intimi e privati della loro pratica? Si sono rivelati disponibili a lasciarsi coinvolgere o riluttanti, secondo quella attitudine “saturnina” a loro attribuita in passato? 

Christine Macel: Gli artisti hanno reagito molto positivamente a tutti i progetti paralleli. Dallo scorso 7 febbraio il sito della Biennale ospita video realizzati da ciascun artista sulla propria pratica, oltre cento filmati saranno disponibili fino al giorno precedente l’inaugurazione. Guardando questi video si ha la sensazione di incontrare gli artisti sotto nuove spoglie: alcuni si presentano attraverso un documentario girato all’interno del proprio studio, altri si ritraggono durante la realizzazione di un lavoro, oppure attraverso un’azione emblematica che, sebbene possa risultare criptica, è simbolica del loro modo di lavorare. Per esempio, il video che mostra Charles Atlas chiedere a un comico vestito da vecchio professore di parlare di lui è francamente esilarante e raccoglie l’eredità delle performance della West Coast; mentre quello di Philippe Parreno, che filma un polipo animale che da sempre occupa un posto centrale nella sua immaginazione nell’acquario del suo studio, rimane piuttosto misterioso. L’adesione alla Tavola Aperta è stata ugualmente ampia, e sarà possibile seguire le conversazioni in streaming sul sito della Biennale, se non seduti a pranzo con lo stesso artista a Venezia. In questo modo ho voluto estendere la pratica della conversazione, da sempre importante per artisti e curatori, al pubblico che si trova spesso escluso da questa realtà. Il progetto La Mia Biblioteca, fruibile nella mostra e presente in catalogo, sarà una specie di enorme biblioteca, cui anche gli artisti dei padiglioni nazionali parteciperanno, installata nel Padiglione Stirling dei Giardini con la funzione di spazio di ritrovo, dedicato alla lettura e alla riflessione. Tutti i libri raccolti rivelano molto sul mondo degli artisti e sul loro pensiero. Sono stata sorpresa, per esempio, di scoprire che l’opera dell’artista afro-americano Senga Nengudi s’ispiri a Rumi [teologo musulmano e poeta mistico di origine persiana], e questo mi ha svelato molto della dimensione più spirituale della sua pratica.

SDC: Come si evolve lo spazio dedicato alla creazione? Dall’atelier del pittore allo studio immateriale e portatile, gli artisti sono sempre più spesso in viaggio per residenze, progetti e mostre. Lo studio d’artista, se presentato alla Biennale d’Arte, preserva la sua autenticità? Può oggi la Biennale d’Arte essere un luogo di produzione di conoscenza collettiva?

CM: Non ci saranno studi, ma lavori di artisti che riflettono sull’idea dello studio. Si tratta più di una rappresentazione, dello studio come tema nell’universo dell’artista. Qui però la prospettiva è leggermente diversa. Non riguarda un’immagine dello studio, quanto piuttosto le posizioni che gli artisti assumono nei confronti dello studio, vissuto come un luogo di ozio e d’intima riflessione (otium) o già aperto a una sfera pubblica (negotium), un luogo che possiede una tensione tra l’esigenza di stare con se stessi e il desiderio di apertura a una dimensione di vita collettiva. Questo tema è visibile nella sala dedicata a Franz West, i cui lavori trattano direttamente la nozione di otium, per lui un vero e proprio oggetto di riflessione; e nel lavoro di Dawn Kasper, che trasferirà tutto il suo studio alla Biennale per una performance di sei mesi. O ancora in quello di Olafur Eliasson che, per il progetto Green Light, creerà uno spazio che rievoca il metodo di lavoro del suo studio a Berlino, simile a un laboratorio collettivo.

SDC: Alcuni dei cinquantadue lavori realizzati appositamente per la Biennale d’Arte trasmettono o rivelano certi aspetti del processo creativo stesso. Possiamo fare qualche esempio?

CM: Il processo creativo è un punto di partenza ed è sviluppato nei progetti paralleli. Naturalmente, spero che questa impostazione permetterà ai visitatori di approcciare le opere in maniera diversa, trasmettendo inoltre il desiderio di approfondirne la comprensione attraverso il catalogo, un volume di oltre seicento pagine dedicato esclusivamente agli artisti, ricco di materiali, immagini e testi. La mostra stessa segue un flusso narrativo organico che parte dall’io/artista e si propaga verso dimensioni differenti, attraverso i nove Trans-padiglioni, definiti così perché trans-nazionali; disegna un movimento di estroversione verso l’altro, l’ambiente circostante, lo sconosciuto, ecc.. La mostra coinvolgerà i visitatori in un viaggio che affronta le diverse dimensioni della vita, in grado di suscitare percezioni e pensieri sulla necessità di rielaborare la loro intima relazione con queste dimensioni, anche con le più speculative. Riguardo al processo creativo, la decisione di approfondirne la comprensione sta al pubblico, che sarà dotato di diversi strumenti: oltre alle didascalie ci saranno i video online, le Tavole aperte e il catalogo. Prendiamo un esempio: Abdullah Al Saadi mostra nel Padiglione degli Artisti e dei Libri alcune scatole contenenti testi in arabo, i suoi diari. Quando si guarda il suo video, si comprende il modo in cui l’artista lavora in casa seduto a un piccolo tavolo e il suo rapporto con l’ambiente naturale, bello e modesto, della montagna di Kor Fakkan (UAE). La sua pratica solitaria, introversa ma anche aperta alle sue immediate vicinanze, dalla famiglia alle aride montagne che circondano l’abitazione, diventa chiaramente comprensibile.

SDC: Sorprende il numero di artisti alla loro prima partecipazione alla Biennale d’Arte (103 su 120). Alcuni sono molto giovani, come Katherine Nuñez & Issay Rodriguez dalle Filippine (nate rispettivamente nel 1992 e 1991), mentre altri sono ancora ampiamente sconosciuti nonostante l’importanza della loro opera. C’è una convergenza tra le opere dei giovani artisti e i lavori del passato? Un’opera d’arte può possedere un carattere profetico?

CM: Nell’esposizione sono presenti alcune opere degli anni Sessanta e Settanta scelte molto accuratamente, che affrontano alcune questioni specifiche che ritengo cruciali per il nostro tempo e che sono in risonanza con molti lavori contemporanei. Il Padiglione dello Spazio Comune, per esempio, mostra chiaramente che molte delle posizioni assunte dagli artisti che in passato hanno affrontato la questione del vivere in comune – come costruire qualcosa collettivamente in un tempo di forte individualismo? –, da Maria Lai a David Medalla, sono oggi ancora valide e centrali nella riflessione di artisti più giovani come Martin Cordiano, Yorgos Sapountzis o Marcos Avila Forero.

SDC: L’esposizione è articolata in nove Trans-padiglioni, i cui nomi sono molto evocativi, in particolare il Padiglione degli Sciamani o il Padiglione Dionisiaco. La spiritualità è ancora viva nell’arte contemporanea? È vissuta come esperienza vera e propria o filtrata da una lente antropologica?

CM: L’approccio antropologico è sempre stato fondamentale per me e capisco quanto gli artisti stessi siano profondamente interessati a questo tipo di ricerche. Le opere di Maria Lai, per esempio, un’artista molto concentrata sul modo di vivere e di pensare della sua nativa Sardegna, affondano le radici proprio nella comunità di Ulassai. Juan Downey, Ernesto Neto, Ayrson Heraclito, Abdulaye Konaté, e molti altri artisti in questa edizione della Biennale, hanno sviluppato i loro lavori con un una profonda vocazione antropologica e una sensibilità autentica verso alcune particolari comunità e le relative pratiche sociali. Allo stesso tempo, vedo molti artisti interessati alle dimensioni più spirituali della vita, e tra questi ci sono molti giovani. Prendiamo l’esempio di Younès Rahmoun, arista marocchino che vive a Tetouan, che ha sviluppato una pratica concettuale, basata sull’idea della casa berbera, la ghorfa. Il suo pensiero è profondamente radicato nel sufismo e, per portare avanti questo tipo di lavoro, ha condotto una vita da eremita, vivendo nel sottoscala della casa dei suoi genitori. Anche in questo caso, non si tratta di qualcosa di nuovo, se pensiamo ad artisti come On Kawara e ai suoi Date Paintings che affrontavano la questione del tempo e dell’infinito da un punto di vista concettuale-metafisico. La differenza sta nel nostro tempo presente, che rende questi interrogativi ancora più urgenti proprio perché alcuni artisti si considerano “missionari”, come Marcel Duchamp era solito dire, agendo senza esoterismi né movimenti reazionari contro la ragione, ma con la consapevolezza di un più profondo significato dell’arte e la necessità di trasformare la nostra realtà. Dopo aver convissuto in Amazzonia con gli Huni Kuins, Ernesto Neto ha affermato che il nostro non è il tempo della rivoluzione ma della trasformazione. La dichiarazione può naturalmente essere messa in discussione, ma rimane ugualmente molto significativa.

SDC: Nel comunicato stampa, leggiamo che i Padiglioni “si succedono tra loro in maniera fluida, come i capitoli di un libro” e ancora “questi nove episodi propongono un racconto”. Esistono una o più fonti letterarie che hanno ispirato “VIVA ARTE VIVA”?

CM: Non direttamente ma, poiché sono una lettrice ossessiva, il mio universo è, naturalmente, pieno di libri. La mostra è una mostra, ma i titoli che ho scelto per i suoi diversi capitoli, che non sono fisicamente separati nello spazio ma risultano così menzionati nel materiale cartaceo, sono in effetti come titoli di libri, più evocativi che didattici. Mi auguro che attivino l’immaginazione dei visitatori che per me sono, insieme agli artisti, gli attori essenziali dell’esposizione.

Sara De Chiara