Recensione /

Alessandro Carano e Francesco João Scavarda Mendes Wood / West Room

“La bellezza non è l’obiettivo degli sport di competizione, ma lo sport di alto livello è uno degli ambiti in cui la bellezza umana ha le maggiori probabilità di esprimersi. Il rapporto è più o meno quello che intercorre fra il coraggio e la guerra.” scrive David Foster Wallace nel suo famoso libro Roger Federer come esperienza religiosa, pubblicato nel 2006.
“Donkey Man”, la mostra di due artisti italiani Alessandro Carano e Francesco João Scavarda a Mendes Wood, San Paolo, si svolge con l’eleganza di una partita di tennis.
Utilizzando un approccio ludico nella produzione della mostra, quest’ultima non risulta una semplice collaborazione fra gli artisti, ma va a configurarsi piuttosto come uno scambio di battute su diverse posizioni artistiche, lasciando spazio a riflessioni più ampie sulla natura dell’arte e della rappresentazione pittorica.
Gli artisti, nel testo che guida tra i lavori  in mostra, dichiarano: “Individualmente, le nostre opere non hanno molto in comune, ma entrambi lavoriamo con l’idea del sublime che riflette meno quel senso romantico, quanto più la strana sensazione di disagio adrenalinico che si avverte quando si ha di fronte l’imprevedibile o l’ignoto”.
Esposte formalmente nei due spazi confinanti, le opere si alternano, offrendo indizi accidentali e collegamenti, emancipando lo spettatore attento e riuscendo a confondere quello distratto.
Le sei tele di Scavarda, Untitled (2016-17) flirtano con la storia della rappresentazione attraverso gouache delicate dalle tonalità pastello. Altamente controllate nel processo e con allusioni a motivi della pittura classica, le opere giocano con le superfici, fuorviando la percezione dell’occhio attraverso piani visivi stratificati e elementi inaspettati come tagli o nastri verniciati.
Anche l’opera di Alessandro Carano presenta un dialogo pittorico, nonostante utilizzi i materiali e la loro giustapposizione come punto di partenza: White Line, Untitled e Cronodrama (2017) impiegano carta vetrata, griglie di alluminio, nastro metallico e viti componendo paesaggi cromatici; mentre Lovecraft (2017) e Tentaculus (2017), suggeriscono ambienti futuristici attraverso l’uso di nastro d’argento. L’immagine confusa dello spazio e delle persone riflessa dai lavori confonde i contorni della mostra creandone un’opposta – se non distopica – rappresentazione. Tornando al testo d’introduzione scritto dagli artisti, non riesco a smettere di pensare all’idea di disagio in relazione al sublime, concetti in opposizione così perfetta fra loro al punto di restituire a ognuna un senso più profondo.

Attilia Fattori Franchini

(Traduzione dall’inglese di Eleonora Milani)