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“The Institute of Things To Come” Fondazione Sandretto Re Rebaudengo / Torino

The Institute of Things To Come è un centro di ricerca sul futuro ideato dall’artista Ludovica Carbotta e dal curatore Valerio Del Baglivo. Articolato in un ciclo di quattro mostre personali (Bedwyr Williams, Kapwani Kiwanga, Alicia Framis e Louise Hervé & Chloé Maillet) collegate a un programma di formazione concepito per interrogare il presente, l’istituto trasforma la project room di Fondazione Sandretto Re Rebaudengo in un osservatorio sul domani – roseo o catastrofico che sia. Ludovica, Valerio, come è nata l’idea di un progetto sul futuro?

Per la precisione un istituto sul futuro, che recuperi l’importanza dei processi immaginativi anche attraverso un percorso di apprendimento. Potremmo definirlo come un allenamento strategico contro le difficoltà e le incertezze dello stato di crisi presente. Non si tratta di fare previsioni, attività che lasciamo volentieri a indovini e ricerche di mercato, che si affidano a parametri esistenti e dati del passato, per non essere impreparati di fronte all’incombente. Inventare il futuro invece è piuttosto un esercizio di emancipazione, che prevede l’attivazione di processi di autorappresentazione e di giudizio critico dello status quo. Per noi è più simile a un’attività di critica intellettuale, che a una ricerca scientifica volta all’elaborazione di ipotesi. Il futuro ci attrae proprio per la sua carica potenziale di imprevedibilità: racconta ciò che noi singolarmente potremmo essere, e in che tipo di società potremmo vivere.

Credete sia possibile individuare dei leitmotiv negli immaginari degli artisti coinvolti? Forse, anche in seguito ai recenti fatti di cronaca, alle persone risulta più facile pensare a scenari apocalittici, a futuri distopici, piuttosto che a un orizzonte pacifico e confortante.

Il rapporto tra immaginario utopico e distopico è spesso mutevole e ambiguo, non sempre tratta di una visione positiva contrapposta a una negativa. Forse il leitmotiv degli artisti coinvolti è quello di operare una critica implicita o esplicita a una condizione sociale, economica e politica contemporanea. Lo fanno però con estrema diversità per gli scenari rappresentati e gli argomenti trattati. Un altro aspetto che li accomuna è piuttosto il modo con cui costruiscono le loro storie intrecciando teorie scientifiche, aneddoti personali ed esagerazioni. Sono ottimi cantastorie, che lavorano principalmente con la performance e il video.

Secondo uno studio dell’University College di Londra l’area del cervello deputata alla memoria è la stessa che utilizziamo per immaginare il futuro. E’ per questo che chi è affetto da amnesia non riesce a figurarsi un domani. E se le nostre idee di futuro non fossero altro che una proiezione dei nostri desideri, paure, aspettative?

In parte è vero: poiché si tratta di autorappresentarsi, nel futuro, passato e presente convivono. In questo senso potremmo dire che il futuro racchiude tutti i tempi e tutte le esperienze – persino quelle non ancora vissute.
Allo stesso tempo, però, quello che più ci interessa è l’effetto del figurarsi uno scenario inventato, l’esito personale in cui ci immaginiamo in un’ipotetica condizione, in cui inventiamo modi di sopravvivere, di utilizzo di un nuovo linguaggio, impariamo nuovi movimenti, azioni. La sua forza consiste nell’affermare che noi siamo in grado di rappresentare non soltanto ciò che esperiamo con i nostri sensi, ma anche ciò che ancora non ha forma.  La domanda da porsi allora crediamo debba essere piuttosto un’altra: può questo processo d’immaginazione mettere in crisi con l’intensità di un atto politico, ciò che noi consideriamo reale? E a che conseguenze?

Parte fondamentale dell’Institute è l’attività laboratoriale, giusto? Trovo sia particolarmente simbolica questa operazione di ragionamento comunitario, che va a sottolineare quanto per costruire un domani sia necessaria una cooperazione tra individui.

Entrambi, nelle nostre pratiche individuali, abbiamo sempre investito molto nei processi di autoformazione di gruppo, consci della ricchezza di risultati spesso imprevedibili che da essi scaturiscono. Per i workshops di The Institute of Things to Come, gli scenari immaginati dagli artisti verranno considerati come dati di fatto. Ai partecipanti viene chiesto di calarsi dentro quelle situazioni come fossero reali. Momenti in cui immedesimarsi nelle trame raccontate per alleggerire il distacco della finzione, convertendolo in una situazione personale: come reagirei se potessi scegliere di vivere sulla Terra o su Marte? Se potessi essere immortale? Se vivessi in un Occidente controllato politicamente ed economicamente da secoli dai paesi Africani? Sono tutte questioni che crediamo sia necessario porsi confidenzialmente tra se e se, proprio perché viviamo in un’epoca (questa sì, della crisi perenne e apocalittica) in cui persino le visioni future sono socialmente ed ideologicamente imposte.

Giulia Gregnanin