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“Sensibile comune. Le opere vive” Galleria Nazionale / Roma

“Il popolo manca e continuerà a mancare. L’opera si dissolve nella vita. Siamo tutti artisti ready-made”. Così annuncia, in una frase estrapolata, il “manifesto” di presentazione della mostra/progetto “Sensibile comune. Le opere vive”. O, meglio, più che manifesto di presentazione della mostra bisognerebbe parlare, come sottolineato dai curatori, di un “manifesto per una mostra”.
Il passaggio dal di al per è fondamentale. Come ha teorizzato il filosofo francese Gillez Deleuze, che si sarebbe trovato sicuramente nella frase sopra riportata, il di rappresenta una preposizione di appartenenza statica, al contrario del per che ne rappresenta, invece, una dinamica. Il per è, infatti, il mezzo attraverso cui un’azione si compie. Fare qualcosa per indica un atto, un’azione, un movimento. E sembra proprio che in questo movimento si radica un progetto come questo, che coglie come cifra caratteristica l’dea di “comunione” declinata attraverso quella di “sensibile”. Un tema che porta in primo piano nuovamente una questione fondamentale del nostro contemporaneo: l’unione tra arte, estetica e politica.
E non a caso concetti quali “estetica del sensibile” o “politica del sensibile” sono stati centrali nel dibattito filosofico ed estetico degli ultimi anni. Un dibattito in questo caso rivisto attraverso ciò che possiamo chiamare un atteggiamento “archeologico”. Tale collegamento storico, ravvisato nel centenario della Rivoluzione sovietica dell’ottobre del 1917, non si riversa in una interpretazione storico-lineare, ma in un vero e proprio gioco di rimandi, di passati ricostruiti e futuri anticipati; di relazioni rizomatiche, reticolari, fra le singole opere, fra le opere e il pubblico, fra il pubblico e gli ospiti nazionali e internazionali invitati, fra gli ospiti e le opere e il pubblico e l’ambiente che li accoglie: la Galleria Nazionale nella sua nuova struttura e allestimento, di nuovo, reticolare e non scolastico. Solo così la Rivoluzione d’ottobre diventa qualcosa di vicino a noi, qualcosa di utile per capire il presente, solo così può essere dinamizzata e resa attiva per la nostra società attuale.
Questo, a nostro avviso, è uno dei caratteri più importanti del progetto, presentato alla Galleria Nazionale dal 14 al 22 gennaio, e curato da Ilaria Bussoni, Nicolas Martino e Cesare Pietroiusti. Un evento collegato a C17, la conferenza di Roma sul comunismo, che ha avuto luogo dal 18 al 22 gennaio a Roma, negli spazi di ESC – Atelier Autogestito e della Galleria Nazionale.
La mostra, cuore del progetto, si struttura facendo dialogare eminenti nomi quali Marcel Duchamp, André Breton, Alberto Burri, Lucio Fontana, con artisti quali Elisabetta Benassi, Rossella Biscotti, John Cascone, Corrado Chiatti, Alessandro Laita e Chiaralice Rizzi, Olivier Kosta-Théfaine, Sandra Lang, Luca Musacchio, Cesare Pietroiusti, Luigi Presicce, Cristina Kristal Rizzo, Carola Spadoni, Gian Maria Tosatti. E con molti eventi paralleli come lo sleep concert ideato da Matteo Nasini.
In questo gioco di rimandi le opere si rendono “vive” riuscendo a dirci qualcosa del nostro presente, un presente nel quale l’idea di “comunione”, “comunità” e di “sensibile”, sembra essere messa da parte dietro a quella di “fondamentalismo”, di “chiusura” dietro a muri e paure, e di rifiuto verso l’alterità. Ritrovare quell’atto di comunione sensibile è forse la missione più importante dell’arte, un compito arduo ma che l’arte, come sempre, ha il dovere di affrontare.

Valentino Catricalà