Recensione /

Luisa Gardini Guimarães / Vienna

Nell’aristocratica Vienna, seppure ben nascoste, esistono anche le stalle. Spazi necessari per il ricovero degli animali fedeli ai nobili austriaci, si trovano celate nelle corti dei palazzi. Con il passare dei secoli sono state riadattate a magazzini, negozi, o, come nel caso di Guimarães, a spazi espositivi. Fondato dagli artisti Hugo Canoilas, Christoph Meier e Nicola Pecoraro, Guimarães diventa protagonista di un innovativo programma culturale nel cuore mitteleuropeo, rivelando fin dal suo esordio la sua direzione fuori dal comune. La creatività e l’estro dei tre artisti si coniuga con una ricerca curatoriale originale. Non è un caso che Guimarães abbia deciso di aprire il suo percorso espositivo con un dialogo azzardato, associando la storia dell’immobile con quella di un artista poco visibile, complessa e sofisticata, anagraficamente appartenente ad una generazione passata ma di sorprendente attualità. Si, perché la conversazione messa in atto è tra Felix, un cavallo Lipizzano – razza usata per trainare le carrozze dei monarchi – e Luisa Gardini. Entrando, Felix occupa l’intera scena con la sua regale presenza, circondato dallo spazio-paesaggio integro della stalla con le pareti in mattoni bianchi, piastrelle e pannelli di legno scuro. Una scultura vivente, o meglio, una scultura che si è liberata dal suo stato di immobilità celebrativa – e anche del suo cavaliere – di cui lo spettatore diventa voyeur. Salendo per la scala a destra, una piccola camera ospita due opere appese a muro. Due fotografie di mani in bianco e nero ingrandite e stampate su supporti di ceramica applicati a due scatole quadrate dello stesso materiale, protendono dalla parete con una forza scultorea che rende nulla la loro apparente bidimensionalità. Dalla fine degli anni ’50 Gardini produce in maniera veloce e istintiva assemblages costituiti da associazioni di idee e oggetti indefiniti. Le immagini fotografiche raccolte, spesso particolari anatomici, ingrandite e rese astratte, ricorrono in molti dei suoi lavori dove segno e materia interagiscono con una rapidità di esecuzione che lascia aperta la sfera della suggestione. In questo caso, il caratteristico dinamismo delle mani entra nella regno della fissità. Le mani che abitualmente accarezzano, addestrano, conducono, sono cristallizzate, contrapponendosi al respiro e al movimento di Felix. Simbolicamente sembrano voler accennare all’atto creativo, a quell’inizio di coraggiosa partitura orchestrata da Guimarães di cui aspettiamo di assaporare le prossime arie.

Ilaria Gianni