Recensione /

Jessi Reaves e Bradley Kronz APALAZZO / Brescia

Alla loro prima collaborazione, gli artisti americani Jessi Reaves e Bradley Kronz dispiegano un arsenale di strategie creative a sostegno della comune insofferenza verso la società dei consumi. Reaves e Kronz si appropriano entrambi di commodity “neglette”, che rivitalizzano e rimettono in circolo (letteralmente “riciclano”), innescando un cortocircuito nel processo di affezione e disaffezione che regola le nostre interazioni con il mondo degli oggetti.
Reaves realizza pezzi di arredo, pescando a piene mani tanto nel design “povero” e vernacolare, riproposto attraverso azioni di camouflage (si veda in questa mostra, ad esempio, la sedia Folding Chair with Zodiac Slipcover, 2016), quanto nel design d’autore, citato nella maniera in cui una forma di Isamu Noguchi è replicata con un pezzo di carrozzeria di automobile (Series 3 (Noguchi Fender Table), 2016). Kronz, invece, guarda al mondo delle immagini, che rende estremamente corporee, oggettuali: in questa mostra presenta delle bacheche nelle quali espone ritagli di giornale o oggetti futili (ad esempio, A flower, 2016); ma, dotandole di una tozza cornice di legno, le rende quasi ingombranti, e in alcuni casi addirittura free-standing. Appare inevitabile, quindi, che nella collaborazione i due artisti approdino al regno dei cosiddetti style symbol; e, tra mobili e bacheche, includono un golf cart, di cui ironicamente rivestono i sedili in pelliccia (Golf Cart, 2016), e un’installazione ambientale in cui troneggiano paia di stivali di pelliccia, tenute assieme da corsetti di seta (Nuna’s Disturbance w/ Curtain, 2016).
La costellazione di oggetti che ne risulta è un bizzarro ambiente domestico-non-domestico, nel quale gli spazi signorili della galleria APALAZZO si tingono di note kitsch e smaccatamente camp. Tutti gli oggetti, infatti, si direbbero “travestiti”,  in bilico tra identità e funzioni, provenienze e destinazioni. A noi spettatori – e utenti – non rimane che partecipare (e contribuire) a queste “trasmigrazioni”.

Michele D’Aurizio