Report /

Arte Fiera Bologna

Grandi aspettative quest’anno per la 41a Arte Fiera, la prima edizione guidata da Angela Vettese. Aria nuova, si vociferava da mesi. Tra gli stand però, ariosi sì, ordinati più del solito, si lamentano le solite contaminazioni postmoderne tra passato e presente, dove il passato è sempre più presente e l’attualità è la riscoperta del passato. I galleristi hanno rispolverato pezzi degli anni settanta che – nonostante le cornici e la formalizzazione dell’opera evidentemente vintage – in quanto a concetti e forza rivoluzionaria delle idee non hanno nulla da invidiare ai più giovani artisti, comunque presenti in fiera. Siamo stati sulle spalle di questi giganti per troppo tempo e ora che potremmo camminare con le nostre forti gambe, sono i colossi stessi a tenere ancora il passo, minacciando di arrivare primi al traguardo. In Italia stiamo pagando il riconoscimento tardivo di ottimi artisti che, non avendo avuto grandi occasioni per mettersi in mostra, rivendicano solo ora il meritato posto al sole, sottraendo così spazio e attenzioni del mercato ai più giovani. Questi ultimi però oggi hanno nuove armi per conquistare almeno un decennio di celebrità: l’uso disinvolto delle tecnologie informatiche, i favori dell’editoria indipendente, spazi alternativi, riviste e piattaforme analogiche o digitali, nate per raccogliere idee di singoli artisti o collettivi autoriali, impegnati a comprendere una contemporaneità sempre più sfuggente da inquadrare negli schemi consolidati.
Arte Fiera quest’anno ha tentato di indirizzare l’attenzione su queste realtà, almeno nelle intenzioni della direttrice e nelle tante interviste rilasciate prima dell’opening: uno sguardo attento alle produzioni indipendenti e underground; il bookshop che accoglie i visitatori con il grande desk di “Printville”, una sorta di zona franca dell’editoria che precede l’accesso ai due padiglioni; la sezione dedicata a nove gallerie di fotografia selezionate direttamente dalla Vettese; e la più attesa sezione “Agenda Independent” con otto gallerie italiane e internazionali, affiancata dalla mostra “The Body as Packaging”, che di fatto si presenta come la versione “esplosa” della rivista Genda. Quest’ultima, protagonista della fiera anche nell’area talks, dove hanno sfilato buona parte dei suoi ideatori e collaboratori in parte docenti all’Università Iuav. Forse si è abusato un po’ troppo del termine “indipendente”, in questa edizione era sulla bocca di tutti, di fatto molte delle realtà che si trincerano dietro questa etichetta sono fin troppo “dipendenti” da situazioni di potere più che consolidate. Comunque sia è apprezzabile il tentativo di mettere in evidenza alcune realtà che hanno deciso fin da subito di lavorare sui giovani, coraggiosamente (bisogna dirlo!), in tempi di magra come questi. Sull’argomento la fiera manda un segnale forte e chiaro, indirizzando gli interlocutori più attenti a realtà propositive e disposte a investire su una generazione di autori che deve essere ancora metabolizzata nel più complesso sistema delle arti. Non è detto che la fiera di quest’anno sia riuscita in questa impresa, certo però va premiata la volontà di indicare una direzione, oggi non così scontata, oltre a un marcato interesse per la fotografia verso cui sono tutti stati chiamati a guardare.
Ha ancora senso parlare di fotografia, dedicando a questo linguaggio una sezione specifica? Probabilmente è anacronistico farlo visto che di fatto oggi l’arte e la fotografia sono un tutt’uno. In fiera si sono apprezzate ottime opere fotografiche, anche al di fuori della sezione dedicata, com’è normale che sia. Dall’altra parte, però, per indirizzare il mercato (ancora restio all’acquisto di opere fotografiche) verso una piena accettazione della fotografia, è ancora necessario creare dei contenitori ad hoc in cui possa essere gradualmente valorizzato. La fotografia è un terreno scivoloso, bisogna stare attenti, in molti infatti sono andati sul sicuro portando i grandi classici, come i maestri della fotografia in bianco e nero. Come tra l’altro hanno sempre fatto anche nelle edizioni precedenti di questa e di altre fiere specializzate. Altri invece hanno sostenuto giustamente fotografi giovani, spesso anche italiani, con opere però dal forte retrogusto pittorico. Non più solo nelle fiere dal profilo medio-basso, ma anche ad Arte Fiera, quest’anno si sono viste opere fotografiche che strizzano un occhio (forse anche due) alla pittura, riportando con altra tecnica la sensualità della materia e soprattutto del colore. Molto più difficile incontrare gallerie e artisti disposti oggi a investire sull’estetica mediale, dove la macchina produttrice d’immagini o suoni è oggetto dell’opera e non solo un mero strumento per realizzarla. Nella piccola ma vitale sezione della fiera intitolata “Nueva vista”, invece, si tocca con mano la necessità di lavorare con i dispositivi che il nostro tempo ci mette a disposizione, senza per forza rivolgere lo sguardo verso una più confortevole rappresentazione del passato.
Come sempre Arte Fiera è anche l’occasione per gustarsi la proposta culturale del centro di Bologna, il programma di “Art City” è stato più che mai ricco di eventi al MAMbo come a Palazzo Poggi, al Museo Internazionale e biblioteca della Musica come alla Fondazione del Monte. Qui la mostra “Oltreprima” sulla fotografia dipinta nell’arte contemporanea, con opere di artisti storicizzati a fianco di giovani promesse. L’attenzione sul libro d’artista e sull’editoria in genere trova visibilità anche presso alcuni spazi espositivi del centro storico come Casa Saraceni, ma soprattutto Palazzo Re Enzo dove si è svolta la quinta edizione di “Fruit Exhibition”. L’evento è sempre molto interessante e vitale, una sorta di Offprint italiana con una selezione di titoli e oggetti-libro veramente ricercati, pubblicazioni di editoria creativa e graphic design. Novità di quest’anno “Fruitography”, una sezione dedicata interamente alla fotografia, a riprova dell’interesse diffuso su questo linguaggio, con un’ottima selezione di editori specializzati che da anni credono nel libro come strumento preferenziale per diffondere la cultura dell’immagine.

Luca Panaro