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Wael Shawky Castello di Rivoli e Fondazione Merz / Torino

Se si dovesse riconoscere un merito a Wael Shawky sicuramente sarebbe quello di stringere alleanze tra dimensioni antitetiche. La sua pratica è un continuo in-between tra passato e presente, mito e realtà, orale e scritto, immaginario e reale, sotterraneo e superficiale, buio e luce, vita e morte. Shawky passeggia tra i poli, li unisce e li riconcilia.
Fondazione Merz e Castello di Rivoli gli dedicano rispettivamente due mostre: alla Fondazione Merz, “Al Araba Al Madfuna”, in cui è presentata l’omonima trilogia filmica (2012-16) incentrata su un misterioso villaggio egiziano dove alchimia e metafisica non hanno mai abbandonato la vita quotidiana; e, al Castello di Rivoli, una grande retrospettiva in cui a dominare è il ciclo Cabaret Crusades (2010-15), tre film dal carattere epico che registrano marionette inscenare le crociate dal punto di vista arabo.
Le esposizioni, dichiaratamente scollegate, hanno alcuni leitmotiv che le mettono in contatto.
Innanzitutto ambedue esibiscono una trilogia; mentre però Al Araba Al Madfuna è mostrata a ritroso, come se fossimo partecipi di uno scavo archeologico, la retrospettiva di Rivoli espone le crociate in una linea progressiva, evolutiva. Entrambe le sceneggiature si basano su fonti scritte moderne – la prima sul testo Dayrout al-Shareif (1983) del romanziere Mohamed Mustagrab, la seconda sul libro Le Crociate viste dagli arabi (1984) di Amin Maalouf – arricchite da una squisita estetica antinaturalista: bambini con baffi posticci recitano parabole antiche; burattini con i loro volti freddi e rigidi compiono, impassibili, azioni di efferata violenza. Questa mediazione dell’infantile permette sia di interporre una distanza utile alla sopportazione dell’evento tragico, sia di collegarsi alle moderne relazioni tra i paesi globalizzati e il mondo islamico, evitando di adottare un’arte di manifesto.
Con le due mostre torinesi Shawky mette sotto scacco il dogma dell’autenticità della storia mostrandone le distorsioni, i punti di vista, le micro-narrazioni che, ignorate nella spinta al riordine di matrice illuminista, la compongono.

Giulia Gregnanin