Recensioni /

Vittorio Messina Adalberto Catanzaro / Bagheria

Metamorfosi dell’abitare. Abitare le metamorfosi. Un paradosso che probabilmente si rende evidente nelle opere di Vittorio Messina, o, ancora di più, nei percorsi artistici che Messina ha perseguito, ben rappresentati dalla mostra “Isntit” alla Galleria Adalberto Catanzaro di Bagheria, curata da Bruno Corà.
Isntit, dunque. Questo è il senso di un percorso espositivo accurato e che, come ogni percorso espositivo che si rispetti, parla allo spettatore con una fondamentale domanda: “Isn’t it? Non è così?” Una domanda radicale nella sua apparente semplicità che qui Messina applica a una tematica altrettanto radicale: l’abitare. Ma non – o non solo – l’abitare nella sua accezione di significato linguistico: il “vivere in un luogo fisico”. Ma piuttosto nella sua accezione filosofica: quella che il filosofo tedesco Martin Heidegger sintetizzava con la frase: “L’abitare è il modo in cui i mortali vivono sulla terra”.
Nel percorso espositivo della mostra ciò che percepiamo, che ci attira e ci parla, è proprio la sensazione di arrivare a toccare quel “modo”: un modo caratterizzato come spazio di frontiera, un frammento di congiunzione fra due o più mondi dove la fisicità del luogo vive in un tempo quasi sospeso, come tensione di possibilità del nostro incerto abitare (la casa, la terra, il mondo…).
La cella, composta da moduli rimodulabili dall’artista in base allo spazio espositivo, retta da sostegni e morsetti in estrema instabilità, da frammenti di fili, di neon; o l’opera Balconi meridionali (2016), con le grate e gli specchi nel quale ci riflettiamo come all’interno di una griglia di significazione; ma anche Finestra rossa (1998) che ci porta a confrontarci con la presenza di un mondo altro, come porta/finestra di passaggio, ci mettono di fronte a degli spazi di frontiera, a quella linea sottile che delimita l’abitare come costrutto razionale, civile, e l’informe, lo stato prerazionale, lo stato animale. Un fine percorso che ci fa sentire il trauma di ogni nostro  costrutto sociale: possibilità o impossibilità del nostro stare al mondo.

Valentino Catricalà