Recensioni /

Reinhard Mucha Lia Rumma / Milano 

La ricerca di Reinhard Mucha si muove in ambito concettuale, in costante tensione dialettica tra l’esperienza personale e la realtà dell’opera. L’uso dei materiali e degli oggetti è motivato dalla necessità ed è sempre determinato dall’occasione e da uno specifico contesto: una stratificazione di elementi che creano reti relazionali complesse e molteplici livelli di lettura. L’autocitazione e la ripresa di progetti passati – sviluppati in direzioni differenti – è una pratica ricorrente nella quale si può leggere anche una sorta di autobiografia, come nella personale milanese “Schneller werden ohne Zeitverlust (Accelerare senza perdere tempo)”, che nasce in relazione alla sua prima mostra “Mutterseelenallein (Solitudine)” alla Galleria Lia Rumma di Napoli nel 1989. In quell’occasione fu esposta l’omonima installazione Mutterseelenallein (Solitudine) (1989), poi presentata al Museo di Francoforte e ora parte della Collezione permanente del Castello di Rivoli. Qui l’opera è ripresa come modellino-scultura intitolato The Metamorphosis (2016), per sottolineare la processualità del lavoro e gli inscindibili rimandi che lo collegano ad altri esiti, come le sculture-vetrine in mostra – realizzate con materiali di origine industriale e di recupero – che fungono da espositori di oggetti quotidiani elevati a reperti di un’archeologia della contemporaneità, testimonianze imprescindibili ed essenziali alla comprensione critica del presente.
A questa dimensione si collega anche il video Hidden Tracks (2014) che dialoga con le fotografie di macchinari industriali dell’installazione The Wirtschaftswunder – To the People of Pittsburgh (1991-2016). Le immagini sono state riprese nella fabbrica che sorge nel luogo dove l’artista ha tuttora uno studio, a raccontare l’identità collettiva e il rapporto tra lavoro e potere nell’epoca della modernità industriale, ormai conclusa. L’opera dialoga con altre sculture e con le locandine delle mostre passate di Mucha, legando così strettamente la storia personale a quella condivisa.
Di forte impatto Island of the Blessed (2016) che accoglie lo spettatore all’entrata: un enorme tetto di tegole poggiato a pochi centimetri da terra su un letto di detriti, sopra il quale si protende un trampolino. Si percepisce nella sala un cupo sottofondo sonoro composto di rumori registrati all’aeroporto di Düsseldorf. Una grande zattera tra terra e cielo, che si erge sulla rovina e che, nella sua precarietà, è impossibile percorrere in sicurezza: l’apparente metafora della salvezza si trasforma così nell’immagine della criticità della condizione umana contemporanea.

Rossella Moratto