Recensione /

Wolfagang Laib Alfonso Artiaco / Napoli

“Tutte queste creature sono prodotte dallo spazio, tornano allo spazio, lo spazio è più grande di loro. Lo Spazio è il fragile obiettivo”. Queste parole, scritte in inglese da Wolfgang Laib su uno dei disegni che rappresentano la famosa installazione dei cumuli di riso, rendono il segno di un progetto che, inaspettatamente, lega le stanze storiche della galleria Alfonso Artiaco con la tensione metastorica dell’artista tedesco.
Il lavoro di Laib, da anni influenzato dai suoi studi e viaggi in Oriente, usando materiali naturali con la loro ciclicità legata ai tempi e alle stagioni, si sforza di annullare l’azione della artista che, anziché creare, sceglie di essere mediatore e rendere visibile queste fasi della vita, quindi della storia, coinvolgendo gli spettatori in queste dinamiche che sono parte silente dello scorrere quotidiano.
Percorrendo le diverse stanze e il loro passato ancora presente, si ha la percezione di vivere un itinerario site specific nella storia dei luoghi, in dialogo con quella universale. La mostra infatti, presenta un numero di lavori storici dell’artista: il viaggio è introdotto e formalizzato da Ships (2014) con le barche di ottone su riso e si rende immanente nell’oggi, nelle Rice House (2014/15), le case di marmo della stanza successiva.
Per ribadire che il percorso va ben oltre le mura di una galleria, la stanza con gli Zikkurat (2016) di cera, ci annuncia che le frontiere del viaggio sono sempre oltre gli orizzonti immaginabili e geografici, perché aperte da un necessario e costante afflato spirituale.
Infatti, le due ultime sale, la prima Pollen from Pine (2015) con i pollini e, a seguire l’altra con i cumuli di riso, sono uno slancio sorprendente verso l’assoluto: i pollini aprono lo sguardo e lo immergono in un Rothko esistenziale mentre, la grande installazione di riso allunga la prospettiva verso i tempi che cadenzano la storia universale e individuale, creando per il visitatore una esperienza partecipativa intima e allo stesso tempo collettiva.

Maria Teresa Annarumma