Recensione /

Manfredi Beninati Poggiali / Firenze

“Domenica dieci dicembre 2039” è il titolo della prima personale fiorentina dell’artista Manfredi Beninati, ospitata alla Galleria Poggiali e curata da Sergio Risaliti. Un titolo enigmatico che dà corpo a un falso temporale, una data futura immaginaria, che non esiste secondo il calendario gregoriano. L’artista siciliano si è infatti ispirato alle intuizioni del fisico Gabriele Veneziano sulla teoria delle stringhe secondo cui esisterebbero più dimensioni spazio-temporali, per dar vita a una serie di lavori che mettono in scena un universo in cui il tempo scorre in un modo diverso da come regolarmente lo percepiamo. Figlia di una stretta collaborazione tra l’artista e la galleria, la mostra si articola in lavori eterogenei, tra light-box, sculture, dipinti e bassorilievi, che suggeriscono una dimensione temporale sospesa, onirica e immaginaria, che si riconnette all’idea della coesistenza di mondi paralleli, cara a Beninati.
Impiegando lo spazio adiacente alla galleria – un vecchio laboratorio di cornici – come una sorta di set cinematografico, l’artista ha creato un’istallazione ambientale in scala 1:1 che ha lo stesso titolo della mostra, in cui gli oggetti e le figure sono stati assemblati caoticamente per essere poi cristallizzati in scatti fotografici, ad evocare narrazioni possibili. Da qui i dieci light box presenti, che, al crinale tra bidimensionalità e tridimensionalità, restituiscono atmosfere immaginifiche in cui il tempo si è fermato demandando allo spettatore di farsi artefice di eventuali racconti.
Anche i dipinti e le sculture partecipano alla costruzione di un’atmosfera irrazionale e fantastica: sono sceneggiature in cui affiorano animali, elementi vegetali, personaggi di pura invenzione che abitano paesaggi incantati, o interni in cui gli oggetti sono giustapposti con delicatezza a evocare memorie lontane.
“Domenica dieci dicembre 2039” è un racconto lieve e allo stesso tempo fortemente simbolico, capace di mescolare i modi della narrazione cinematografica ai media consueti delle arti visive, per dare vita a rappresentazioni rarefatte e quasi metafisiche, generate dall’immaginario originale e personalissimo dell’artista.

Elena Magini