Recensione /

Judith Hopf Museion / Bolzano

Prova convincente la prima Judith Hopf in un’istituzione italiana.
Lavori prodotti per l’occasione e altri già noti mostrano negli spazi del Museion il catalogo poetico dell’artista tedesca. In “Up” convengono un ampio spettro di riferimenti plastici e culturali: la destrutturazione dei paradigmi formali del Minimalismo, l’amore per la tradizione dello slapstick, l’interesse per il linguaggio amatoriale, l’autocostruzione, l’iperconessione e il capitalismo avanzato.
Il Passage, il vivace ambiente al piano terra che funge da membrana fra il Museo e la città, ospita Lily’s Laptop (2013). In pochi minuti il video presenta la storia di una ragazza alla pari che, lasciata sola in casa, vendica il negato utilizzo del computer allagando prima la cucina, poi l’appartamento della giovane coppia cool sottostante e infine l’intero modernissimo palazzo. Girato assecondando i canoni dell’estetica digitale (alta definizione dell’immagine, alta qualità formale della scenografia, uniformità con il linguaggio commerciale) il video non si spinge in profezie apocalittiche, preferendo condividere con i visitatori una complicità comica.
All’ultimo piano del Museo un doppio muro di mattoni interpreta lo spazio lungo l’asse orizzontale aprendo la mostra a entrambi i lati del paesaggio circostante. Attorno al muretto e in comunicazione con la grandezza dell’intorno (forse metafora del mondo-web) si trovano alcuni trolley (Rollkoffer, 2016) mani (Hand, 2016), piedi (Self Portrait with Problems, 2016) e palloni da calcio (Ball Kugel, 2016). Tutte le opere sono ingrandite nella misura in cui divengono proporzionate all’attenzione di chi le guarda. Non troppo grandi e monumentali, non troppo piccole e particolareggiate, come da manuale del Minimalismo. Ma l’interesse per il movimento artistico che più di tutti ha scritto il codice della modernità va oltre: i lavori infatti sono prodotti con i mattoni, la nota forma primaria non scevra da un’ideologia della prassi – tutta americana – dell’antropologia minimalista. Hopf usa l’insieme di queste sorgenti con l’ironia di un giocoliere, costruendo una mostra che può facilmente essere letta come un laboratorio di libertà. L’opera diventa lavoro eseguito dall’artista e quindi, nel contesto espositivo, seduta per il pubblico. Allo stesso modo l’elementarità del muro in mattoni diviene texture per la tenda (Husse 2, 2016) che ospita il video seminale Some End of Things: The Conception of Youth (2011) in cui un uomo travestito da uovo fa i conti con l’architettura modernista sbattendo contro passaggi troppo piccoli per le sue dimensioni. La grandezza, sembra dirci Judith Hopf, è veramente una questione di libertà.

Denis Isaia