Recensione /

Christiane Löhr Fondazione Pino Pascali / Polignano a Mare (BA)

Fragili eppure potenti, eteree ma strutturate, piccole ma molto visibili, impalpabili e solide insieme. Comunicano impressioni antinomiche di ambiguo fascino, le opere che l’artista tedesca Christiane Löhr ha ambientato nel salone centrale della Fondazione Pino Pascali a Polignano a Mare, per la mostra in occasione del Premio Pascali 2016. La materia di cui sono composti i lavori proviene direttamente dal mondo naturale. Nebulose di semi di cardo selvatici, cuscinetti di fiori d’albero, foreste di erbe o arabeschi di crini di cavalli, ridisegnano lo spazio con la forza di una sostanza organica che si fa scultura, di un’energia naturale che si trasforma in forma mentale.
La luminosità del luogo è tradotta in un allestimento arioso, con alcuni lavori di dimensioni ridotte ma intensi, che fanno da cornice a parete a un filiforme boschetto trasparente assemblato in una pedana bianca sul pavimento. In contrasto con la loro leggerezza precaria, si pone invece la piattaforma con morbide formelle geometriche realizzata in bronzo: un esperimento per venire incontro all’esigenza di collocazione permanente sulla terrazza, che risulta però un po’ forzato.
Filo conduttore di tutta la ricerca dell’artista è comunque il legame con una natura filtrata dal proprio vissuto personale. Aspetto che ha convinto la giuria – composta dal direttore del Museo Rosalbà Branà, il curatore interno Antonio Frugis e il critico Dobrila Denegri – a individuare un ideale collegamento con Pino Pascali. Il rapporto verrebbe confermato dal fatto che la Löhr è stata allieva di Kounellis all’Accademia di Düsseldorf. Ma se un pensiero inevitabile va alla temperie poverista, molto diverso è l’approccio creativo della Löhr. Per la quale l’osservazione dei cicli stagionali nelle campagne renane è il punto di avvio poetico per un’indagine formale e costruttiva che dà forma e spazio agli “impulsi organici” (come suggerisce Viktor Misiano in catalogo), sottraendosi a interpretazioni in chiave ecologista. È lei stessa del resto a dichiararlo: “Non mi interessa lanciare un messaggio. Faccio una ricerca intima, che parte da me. Il lavoro e lì, e ognuno può interpretarlo secondo la propria sensibilità. Forse l’unica cosa che voglio dire allo spettatore è di fermarsi e guardare”.

Antonella Marino