Recensione /

Stefano Graziani Mazzoli / Modena

Lunga è la tradizione della fotografia che si nutre sia dell’analisi del funzionamento del dispositivo, sia dei riferimenti alla pittura di differenti periodi storici. Non a caso, il delicato equilibrio che sottende ai rapporti fra le discipline nasce agli albori stessi della fotografia e si struttura in affiancamenti e sovrapposizioni, ben visibili nella personale di Stefano Graziani alla Galleria Mazzoli dal titolo “Nature morte – Fictions and Excerpts”.
Il pretesto della mostra è il riferimento alla natura morta come anche quello degli elementi dell’architettura; ma, a un ben guardare, l’analisi e la ricerca dell’autore si dirigono verso la matrice del dispositivo stesso, la luce. E di luce – scenografica (come appunto per le nature morte), realistica (come per i fuochi d’artificio immortalati nella loro fulminea apparizione) o quasi documentaria (il Barocco di Borromini, i menhir preistorici di Karnak o Villa Khuner a Kreuzberg di Adolf Loos) – siamo testimoni di un viaggio del processo fotografico pronto a “svelare” luoghi, contesti, ambiti inizialmente distanti.
La storia della pittura della prima metà del Novecento ci ha però “stuzzicati” ad affiancare oggetti e soggetti estranei fra loro, in quel misterioso gioco “ironico” (della presa di distanza e della successiva riscoperta) caro a Giorgio de Chirico, come anche al gruppo Novecento, a Valori Plastici o al Realismo Magico. E qui risiede un interessante punto di incontro della ricerca di Graziani con i processi messi in atto da molti autori che attraverso la pittura hanno mostrato una nuova realtà improvvisamente apparsa grazie ad accostamenti stranianti e affatto coerenti.
Quasi come un archeologo del presente, Graziani illumina zone, costruisce scenari in grado di evidenziare tutto ciò che non è altro che se stesso, amplificando una necessità narrativa che traduce lo stupore iniziale in una progressiva apparizione rivelatoria. Le distanze fra i singoli contenuti, in un continuo sbilanciamento fra ordine e disordine, si avvicinano riportando, tramite la fotografia, un equilibrio teso a condurci in un viaggio infinito fra luce, ombra e colori del nostro passato come del nostro presente.

Fabiola Naldi