Recensioni /

Paolo Gioli Wilkinson / Londra

Sulla scia di un ormai avviato processo di rivalutazione della prima stagione di arte concettuale italiana che ha visto restituire (o in certi casi conferire per la prima volta) le luci della ribalta internazionale a personaggi come Luigi Ghirri e Franco Vaccari, arriva finalmente anche il momento di Paolo Gioli. Inaugurata a quasi trentacinque anni di distanza dalla sua prima personale londinese nella Contrast Gallery di Helena Srakocic, “On the Edge of New Media” da Wilkinson gioca in direzione opposta. Anziché tentare di analizzare le fasi successive, la mostra si concentra sugli anni Settanta, quando Gioli, reduce da un soggiorno newyorkese con Piergiorgio Brusegan, si rende protagonista di un ispirato cambiamento che lo porterà a mettere temporaneamente da parte la pittura per lavorare sulla fotografia e il cinema. Una volta individuate delle analogie tra la pratica solitaria del pittore nel suo studio e lo sviluppo di materiali fotosensibili in camera oscura (un procedimento caratterizzato da una manualità e un’artigianalità oggi irrimediabilmente perdute), Gioli si imbarca in un viaggio verso la decostruzione e la ricostruzione dell’immagine che gli permette di ritagliarsi una posizione terzista nel dibattito che domina il panorama delle arti visive di quegli anni, e accorciare le distanze da quelle forme di rappresentazione che erano invece comunemente ritenute estranee al post-modernismo. Elegantemente allestita e versatile nella sua riproposizione di diversi capitoli del percorso di Gioli, “On the Edge of New Media” si rivela una mostra con un titolo quanto mai calzante. Se da una parte gli esperimenti materiali e procedurali di Gioli mantengono intatto tutto il loro sapore pionieristico anche a quattro decenni di distanza dalla loro concezione, i risultati a tratti tradiscono un debito forse troppo pesante con la Pop Art, all’Espressionismo Astratto e al New American Cinema di fine anni Sessanta. Se il senso dell’operazione è quello di rinfrescare la memoria del pubblico sul ruolo e l’importanza di Gioli, giustizia storica si può considerare fatta. Se invece l’idea è quella di riservare a un determinato periodo storico la stessa ammirazione nostalgica che solitamente viene indirizzata per esempio al cinema neorealista, spiace constatare come tutta questa attenzione per il passato finisca con il minare una più seria e quanto mai urgente lettura del presente.

Michele Robecchi