Recensione /

Jonatah Manno Cripta747 / Torino

Due movimenti direzionali squadrano gli spazi della mostra di Jonatah Manno presso Cripta747, uno tra il passato e il futuro, l’altro tra l’esterno e l’interno. 
Questi due vettori si intersecano sotto il nome dell’antico custode del mutamento, Giano Bifronte, citato nel titolo della mostra: “in una stanza disabitata d’inverno, decorata da macchie di muffa e salmastro, sul pavimento in ceramica industriale, la testa di Giano Bifronte”. La divinità pervade l’ambiente, indicando come atteggiamento da assumere il continuo spostamento interpretativo, il rifiuto della staticità e dell’univocità. Sotto quest’influenza, i campi d’indagine di Manno si ritrovano cristallizzati nelle sue sculture, transitando dall’interpretazione alla generazione di significanti, dall’alchimia all’antroposofia.
Le opere divengono inviti all’effrazione individuale del senso, linguaggi sospesi e pronti a disvelare simboli plurimi. Su tutto domina Giano che volge lo sguardo alle aperte spiagge pugliesi e all’aria salmastra e, intanto, scruta la città e l’interno della galleria. Il crudo spazio industriale ospita Thousand thousand slimy things (2015), struttura che richiama l’occupazione temporanea dell’uomo, realizzata sulla spiaggia di San Foca e trasportata a Torino. I blocchi in cemento che ne delimitano il perimetro sono gli stessi utilizzati in Puglia per circoscrivere la proprietà privata, mentre i vetri scheggiati e l’acqua di mare sono estratti dalla stessa spiaggia. L’installazione appare come un igloo di Mario Merz collassato su se stesso, una proposta di lettura dell’energia che non si sofferma sulla materia, ma che prosegue verso la sua trasformazione.
Lo statuto transitorio degli elementi apre a nuove simbologie, come quella dello zolfo di These cities were all fantasies (2016), principio originario maschile, fuoco, luce e oro. Una montagna di zolfo, impastato e bruciato, posa su un tecnigrafo anni sessanta e con questa tutte le possibilità demiurgiche dell’artista vengono delegate al potere dell’alchimia e dei suoi simboli.
Ma le gincane interpretative non sfociano nella lettura univoca e si ritorna di nuovo a quel Giano Bifronte, a quel discorso che si sposta e si rimodella. I significati si mescolano e si modificano, la serratura del senso viene scassinata sotto il peso di stratificazioni che tempi e luoghi hanno sedimentato sotto le superfici dei lavori.
In Untitled II (2016), gli smalti di vetro su rame che formano piccoli scudi policromi sono il frutto del lavoro di Manno con un maestro pugliese di pigmenti su rame, mentre le bianche ringhiere arrugginite, adagiate sulle pareti affianco a Thousand thousand slimy things, sono il risultato di due decenni di sferzante lavoro di vento e pioggia. Le stesse barriere che negli anni novanta tentavano di contenere il passaggio dei migranti dall’Albania ora hanno forse dimenticato quella storia, trasformandosi in qualcos’altro. La mostra risulta così una panoramica eterogenea del pensiero dell’artista: un ambiente unico che, al bussare di ogni domanda, sguardo, singolo frammento di materia, apre porte ad altre meta-dimensioni. Ogni soglia può ricondurre ciclicamente a se stessa, al punto di partenza o anche allo smarrimento in androni bui fatti di esoterismi e alchimia.
E forse quel Giano Bifronte che regola le leggi della stanza disabitata altri non è che lo stesso Manno, che con lo sguardo prima accarezza la sua Puglia e, poi, l’interno della galleria; quel Manno che, quando osserva la materia, già ne scorge il suo divenire.
Ma la facoltà di Manno/Giano è solo quella di rendere lecite queste condizioni, attraverso gesti minimi. Il vero arbitro della stanza è l’osservatore, che può stabilire a quale fermata di significato scendere.

Bernardo Follini