Recensione /

Giovanni Kronenberg / Sara Zanin, Roma

La pratica di Giovanni Kronenberg è fatta di gesti molto semplici ed eleganti. La mostra alla Galleria Sara Zanin non ha un titolo (anche questa mancanza è un gesto semplice ed elegante) e ha in fondo a che fare con modalità arcinote della scultura novecentesca, cioè con l’idea di assemblage surrealista, con le forme del readymade e con una nozione di scultura che, appunto, è diventata oggetto, da collocare sul pavimento in modo che interferisca con il mondo che conosciamo e con lo spazio dello spettatore. Però gli oggetti di Kronenberg non sono né merci, né prodotti industriali, né oggetti d’uso quotidiano, ma cose alquanto esotiche e bizzarre: un corno d’alce con una piccola protesi in argento, un dente di capodoglio lievemente annerito dal fumo di una candela, una bolla di vetro contenente la pelle di un muflone islandese, una malachite lavorata in modo da sembrare un’escrescenza del muro, un cristallo di rocca con l’innesto di una perla nera, alcune spugne di mare che emanano un profumo artificiale e respingente, un grande torchio usato nel Settecento per la spremitura delle olive all’interno del quale è stata inserita la registrazione di una conversazione tra due astronauti. Sono oggetti che sembrano provenire da una specie di Wunderkammer e appartenere a un tempo remotissimo, cose capaci di mettere una distanza siderale tra il loro spazio e quello dello spettatore, saltando a piè pari, con un lungo balzo all’indietro, il paesaggio socioculturale – il nostro – in cui le forme della scultura modernista si sono sviluppate e ripetute fino allo sfinimento.
So che Kronenberg conosce bene una certa letteratura postmoderna americana. Sarà anche per questo che è mostruosamente bravo a scegliere i suoi oggetti (presumo anche a procacciarseli, e questa ricerca ha qualcosa di epico); ad assemblare, modificare, riformulare senza sconfinare nella letterarietà delle associazioni; a mettere i lavori nello spazio tracciando i contorni di un paesaggio distante (questo sì, molto letterario) all’interno del quale si sente scorrere un’aria vagamente umana, di un uomo costretto a misurarsi con una dimensione spazio temporale che dà le vertigini.
In mostra, infine, ci sono una paio di disegni recenti dell’artista, a matita e carboncino – forme astratte che di tutti i suoi oggetti sono, idealmente, progetti o potenziali emanazioni.

Davide Ferri