Recensione /

Che il vero possa confutare il falso Luoghi vari / Siena

Il verso “Che il vero possa vincere il falso” tratto dal De Rerum Natura di Lucrezio, poema didascalico del I sec. a.C., è la suggestione e la chiave di lettura impiegata dai curatori Luigi Fassi e Alberto Salvadori per delimitare un trait d’union tra i due protagonisti di questa mostra: la città di Siena e la collezione d’arte contemporanea AGI Verona, di Anna e Giorgio Fasol. Le teorie epicuree del poeta latino sulla realtà della natura e dell’animo umano costituiscono un’ideale proposta di lettura alla produzione degli oltre quaranta artisti di rilievo internazionale coinvolti nella mostra; le tre sedi che la ospitano, ovvero il complesso di Santa Maria della Scala, Palazzo Pubblico e l’Accademia dei Fisiocritici, ritraggono lo spirito della città nei suoi valori fondativi, espressioni di un anelito a una conoscenza razionale e al contempo politica, umanitaria e scientifica.
Le opere in mostra sono chiamate a rappresentare una tensione alla verità che accomuna scienza e arte, in un confronto serrato tra istanze contemporanee e ambientazioni storiche, linguaggi classici e creatività odierna. Questa tensione trova soprattutto all’Accademia dei Fisiocritici la sua concretizzazione più manifesta. Qui il percorso museale ottocentesco accoglie in modo armonico le investigazioni zoologiche di Mark Dion e Vanessa Safavi, così come le riflessioni umanistiche di Franco Vaccari e Luigi Ghirri. A Palazzo Pubblico, invece, sono gli interventi più minimali di Christian Manuel Zanon, Mario Garcia Torres e Susan Philipsz a confrontarsi con i capolavori pittorici del Trecento senese.
La collezione Fasol trova infine a Santa Maria della Scala una rappresentazione più estesa con alcuni dei suoi lavori più noti (da Tino Sehgal, a Judith Hopf, a Jonathan Monk), a dimostrare la mirabile lungimiranza dei collezionisti veronesi, che a partire dagli anni Ottanta hanno acquisito prevalentemente opere di artisti giovanissimi o agli esordi, ma in grado in imporsi in poco tempo si sul panorama contemporaneo.

Elena Magini