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16a Quadriennale d’Arte di Roma 3/3

La Quadriennale di Roma di quest’anno è uno dei pochi (anche se non l’unico) eventi europei d’arte contemporanea che si sofferma sull’arte “nazionale”. Tuttavia, almeno dal punto di vista degli organizzatori, oggi non si sa di cosa bisogna essere dotati per essere considerati parte delle arti visive italiane. Lo stesso modello di selezione, in fin dei conti non poi così restrittivo – in mostra sono infatti presenti lavori di artisti come Natalia Trejbalova, che vive a Milano ma è nata e cresciuta in Slovacchia, o Eva e Franco Mattes, la cui carriera artistica si è svolta principalmente al di fuori dei confini italiani –, solleva interrogativi su chi dovrebbe o potrebbe costituire quest’ideale comunità dell’ “Arte Italiana”. Tale approccio è anche molto vulnerabile, sopratutto se qualcuno iniziasse a porre domande circa l’equa distribuzione di genere, colore della pelle e altre differenti qualità all’interno di questa selezione.
Ciò che appare piuttosto non convenzionale, è l’accentuazione della posizione curatoriale come specificatamente autoriale, incentrata cioè, sull’articolazione della mostra collettiva. Una posizione che ha attraversato una completa ridefinizione critica almeno a partire dal fondamentale articolo di Anton Vidokle Art Without Artist? (e-flux, 2010). Sebbene il comunicato stampa menzioni che sessanta nuove opere sono incluse in mostra, non sappiamo se questi lavori siano stati commissionati e grazie a quali finanziamenti o condizioni, tutte questioni assolutamente centrali e che, per questo tipo di manifestazione, necessitano di una risposta. Attraverso una Call (non aperta ma mirata) undici curatori (solo tre donne) sono stati selezionati per portare avanti dieci differenti progetti espositivi, il che ricorda piuttosto il format di un festival. È chiaro che a causa del carattere della mostra, nessuna grande commissione è stata creata per l’occasione. Inoltre, non sono state fornite informazioni sugli artisti o sulle loro opere esposte. Dobbiamo allora chiederci nuovamente se il ruolo degli artisti all’interno della Quadriennale non sia stato, in realtà, quello di produrre artefatti atti a illustrare il concept di qualcun altro.
Sfortunatamente anche le opere, spesso, non sono state “curate bene” dai propri curatori. Soprattutto a causa di uno spazio con il quale è difficile avere a che fare, data la forma cubica, il pavimento in marmo e le alte separazioni in cartongesso. In quasi tutte le stanze dietro la rotonda centrale, le opere sono accatastate, e il modo in cui l’architettura divide lo spazio rende spesso difficile notare le transizioni tra i diversi progetti espositivi. Nella mostra “De Rerum Rurale” a cura di Matteo Lucchetti, ad esempio, l’installazione di Beatrice Catanzaro entra letteralmente nell’opera di Riccardo Giacconi rendendo impossibile osservare l’una senza l’altra, il che altera, inevitabilmente, la percezione di entrambe. Anche la mostra di un asso curatoriale come Luca Lo Pinto, con la sua fragile temporalità che sembra essere concepita proprio per questo spazio, viene assorbita dalla fredda monumentalità dei marmi circostanti che, in qualche modo, compromettono le emozioni che dovrebbe suscitare. Lo spazio limitato per l’esposizione non riguarda solo le opere, ma anche le parole. I testi di mostra, stampati su striscioni, non raggiungono le tematiche generali a cui aspirano e si traducono spesso in appesantite imitazioni delle tendenze globali. Basti pensare alla frase che dà il titolo alla sezione di Simone Ciglia e Luigia Lonardelli – “I would prefer not to” – , ampiamente associata al movimento Occupy Wall Street, nonché a lungo dibattuta e commentata da numerose opere negli anni 2009-2011. Svalutata e svuotata del suo significato, questa frase può suonare quasi cinica nei confronti dell’attuale crisi ecologica e della questione dei rifugiati. Il fatto che la si utilizzi è sintomo di inconsapevolezza e insicurezza. Il titolo “Cyphoria” come lo stato di coloro che credono che Internet sia il mondo reale è, allo stesso modo, del tutto aneddotico dopo la quantità di ricerca fatta per scoprire la vera “corporate identity” di Internet, e appena usciti dalla Biennale di Berlino di quest’anno. Altri temi come la periferia (Denis Viva) o il riutilizzo dei materiali (Cristiana Perrella) sono formalmente e concettualmente molto scollegati dal quesito generale del “perché ora” e del “per chi”.
Probabilmente l’unico curatore che è riuscito a trasformare in punti di forza le problematiche spaziali e le relazioni tematiche è Simone Frangi, la cui funzionale scenografia composta da “case rifugio” di legno travalica la pesantezza dell’ambiente, semplicemente coprendola. Pertanto, la dimensione temporale del suo progetto, che non permette di osservare tutte le opere esposte in un solo momento, sostiene il concetto di un’identità mai del tutto compresa, ma sempre presentata contemporaneamente. Similmente “La Democrazia in America” a cura di Luigi Fassi presenta un approccio più tradizionale, ma scenograficamente e tematicamente ben articolato attraverso significative relazioni con il contesto contemporaneo italiano.
Colpisce la quantità delle opere di alta qualità che prende di mira le zone d’ombra della storia e dell’identità italiana, dal soppresso passato coloniale al berlusconismo. È perciò un peccato che la struttura della mostra, da molti punti di vista, non sembri prendere in considerazione le recenti preoccupazioni politiche riguardo l’organizzazione di tali eventi e che molti dei curatori partecipanti non appaiano informati sulle ricerche dei loro colleghi internazionali. Tutto ciò all’interno di un periodo specifico, quello degli anni 2000, sul quale si concentra l’attenzione della Quadriennale.

Michal Novotný

(Traduzione dall’inglese di Vincenzo Di Rosa)