Intervista /

Stephen Nelson sul MACC di Cogliandrino / Potenza

Stephen, potresti introdurre il MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Cogliandrino? 

Il MACC è uno spazio no-profit dedicato all’arte vicino Cogliandrino, ai piedi del Parco Naturale del Pollino. Ho trasformato una pensilina degli autobus che spesso ha affissi necrologi in un luogo per pubblicizzare l’arte. Mettendo da parte fini personali, ho pensato potesse essere l’occasione per portare in Basilicata gli artisti che ammiro, che non sono mai stati qui e che avrebbero potuto godere dell’esperienza che si propone di offrire il luogo. Gli inglesi, in particolare, hanno un’idea piuttosto bucolica di protezione delle aree naturali che ho voluto mettere alla prova: ho allora invitato due artisti provenienti dal Regno Unito mostrandogli un’Italia che probabilmente mai si sarebbero aspettati. Per l’avvio di nuove collaborazioni innanzitutto mostro le immagini della pensilina. Se poi l’artista manifesta intesse per lo spazio, invio un biglietto aereo: un volo per una fermata dell’autobus. Non ci sono parametri predefiniti. Se l’artista crede di non poter produrre il lavoro in risposta alla mia chiamata bene, avrà ottenuto un viaggio gratis verso un posto sconosciuto e mitizzato d’Italia.

In base alla tua esperienza, trovi delle differenze tra il sistema dell’arte del Sud e quello del Nord Italia? O è forse più una questione di centro e periferia? Mi chiedo se la scelta di una fermata dell’autobus sia in un qual modo correlata. 

Con il sistema dell’arte non ho molti contatti qui, francamente il binomio mi fa accapponare la pelle ma, come tutta l’industria italiana, il Nord sembra controllare il denaro, mentre il Mezzogiorno risulta trascurato o feticizzato. Prova a prendere un treno da Nord a Sud e sarai già in grado di sentire l’economia polverizzarsi; un po’ come la fermata di un autobus, dove le vetture non si fermano più. Nonostante ciò penso che le cose più interessanti stiano accadendo al Sud, ad esempio Matera sarà Capitale Europea della Cultura nel 2019. Recentemente ho esposto una serie di acquerelli alla galleria Francesco Pantaleone a Palermo, uno spazio molto stimolante. La storia della Basilicata in quanto cellula della Magna Grecia è molto importante, Orazio è nato a Venosa; il primo insediamento Normanno era a Melfi, luogo da dove si sono stabiliti per governare il Sud Italia. Gli artisti invitati potrebbero utilizzare questa storia. La Lucania (il suo vecchio nome) è diventata famosa dopo la guerra come luogo di esilio per Carlo Levi. Questo probabilmente è indice del fatto che è stato un intellettuale colto del Nord, precisamente di Torino, a scrivere e trasporre la povertà abietta e la “vergogna nazionale” delle case-grotte a Matera. Quindi, per uno strano capriccio della storia questa terra è passata dall’essere un luogo di origine a uno di esilio, uno stato straniero. Spesso non si sente nemmeno un pezzo d’Italia; il dialetto viene parlato più dell’italiano, anche per questa ragione ci si sente tagliati fuori dal concetto di Bella Italia; ci si trova in una dimensione più rudimentale che fantastica. C’è un installazione di Anish Kapoor nel Parco Nazionale del Pollino. L’ultima cosa che mi aspettavo di vedere qui era proprio Anish Kapoor. Non so se questo costituisca una sorta di egemonia culturale ma sembra una scelta davvero strana per un luogo, diametralmente opposta da ciò che sto cercando di realizzare. In Italia diversi progetti sembrano essere messi a punto senza considerare il pubblico o gli abitanti locali. Faccio soltanto parte di un sistema che esiste qui in una certa modalità e questo vuole essere il mio contributo.

Quando parli della vita nel Sud Italia la fai quasi sembrare come un’economia che poggia ancora sul baratto. 

Il vicinato qui porta cibo e gentilezza, francamente non ho idea se si rendano conto o meno di questo. Qui vige ancora un modello di vita basato principalmente sulla sussistenza. Il cibo è auto-prodotto, allevato in casa, macellato, fatto in casa insomma. È uno stile di vita di convenienza che esiste da sempre. Non ho nulla da offrire rispetto a tutto ciò che ricevo dai miei amici. Credo che il museo sia il mio modo di dire grazie. Contribuisco attraverso l’arte. L’arte è lì a disposizione, come a significare la mia piccola offerta verso la comunità. La gente può passare davanti al museo con le loro auto e i loro trattori e non notarlo mai, oppure può spingerli a fermarsi. Non posso controllare il livello di curiosità delle persone, offro unicamente un’opportunità da cogliere. Anche se il MACC presenta una A in maiuscolo, personalmente non considero l’arte con la A maiuscola.

Sei mai stato sorpreso dai diversi modi in cui i tuoi artisti hanno risposto allo spazio? 

Finora sono stati invitati solo due artisti: David Austen e Nicky Hirst. Sento che entrambi possiedono lo spirito che cercavo quando ho fondato il MACC: un senso di leggerezza, di assurdo, di attesa, tutte cose che si trovano ai margini. È piuttosto metafisico. Entrambi hanno citato Beckett in relazione al tema dell’attesa e il tema della morte ricorre. Sono molto interessato a come un pubblico locale e più ampio risponda al progetto. Il museo è lì, ogni giorno, aperto 24 ore, è parte del dialogo locale (o almeno spero), è su Instagram, Tumblr, e ha le sue borse di tela; abbiamo prodotto le etichette per le bottiglie di vino del nostro amico Pino …

Il primo ottobre 2016 il MACC inaugura la mostra di Nicky Hirst, a cura di Stephen Nelson.

(Traduzione dall’inglese di Eleonora Milani)

Alex Estorick