Recensioni /

Renée Green Fondazione Ratti / Como

L’arte di Renée Green è un’operazione sul limite. Continuamente in bilico tra parole, immagini e suoni, il suo lavoro si situa in un territorio di confine in cui ad acquisire importanza è l’errore, l’aporia e i concetti riposti che spesso soverchiano le facoltà percettive e cognitive umane. Per l’artista il linguaggio è un campo fondamentale in quanto mezzo di codificazione della realtà passibile, invece e molto spesso, di malintesi e traduzioni errate.
Rilevante è dunque considerare come lo stesso titolo della mostra promossa dalla Fondazione Ratti – “Tracing”, ovvero l’atto di tracciare – sia ambiguo o, perlomeno, interpretabile in maniera ambivalente. Da una parte, Green utilizza le opere come tracce testimoniali e documentarie che si appellano a ciò che una volta era una presenza, una memoria residuale, in via di sparizione, sempre più offuscata e occlusa. Dall’altra, l’artista traccia un percorso invisibile che collega in maniera ferma ma comunque aperta i diversi interventi che, situati nell’ex chiesa di San Francesco (Como), appaiono a prima vista una grande e unica installazione.
Dal soffitto della navata centrale pende l’opera Space Poem #6 (Tracing) (2016), banner in fibra di viscosa su cui sono stampati nomi di giardini che non esistono più e di cui si è persa la memoria. Effigi che proclamano luoghi immaginari, altrove e paradisi in terra, vanno a istituire ciò che Green definisce una “zona di contatto”, ovvero un metaspazio in cui elementi geograficamente e temporalmente lontani si fanno contingenti. A ricollegarsi a tali concetti è il video proiettato nello spazio dell’altare, Begin Again Begin Again (2015), una meditazione sullo spirito propulsivo che guida gli organismi viventi, un passaggio attraverso forme di abitazione e occupazione che si riconfigurano in architetture e luoghi che, come caratteristica principale, hanno quella di esistere. Proprio come i territori archeologici di matrice foucaultiana, ci si trova in un affastellamento di spazi e tempi che testimonia come la storia non sia costituita unicamente dalla verità data dalle scienze, ma anche dalle piccole narrazioni parte di tutti i campi del sapere.

Giulia Gregnanin