Recensione /

Par Tibi, Roma Nihil Nomas Foundation / Roma

Su “Par Tibi Roma Nihil” – la mostra, a cura di Raffaella Frascarelli, con trentasei opere (quasi tutte parte della collezione Nomas di Roma) disseminate tra le rovine del Palatino – è stato detto molto, soprattutto dopo l’uscita dell’articolo di Tomaso Montanari (La Repubblica, 7 agosto), in cui lo storico dell’arte, lamentando la mancata relazione tra le opere esposte e le rovine, si spinge a analizzare alcuni lavori in mostra (non capita molto spesso, in Italia, che le voci di storici dell’arte si cimentino nel racconto di opere del presente).


Dunque lo si dovrebbe incorniciare quello scritto apparentemente così ingeneroso, che riaccende la scintilla di un dibattito tra una nuova generazione di storici dell’arte e i curatori del presente, due categorie che, per partito preso, si guardano con reciproco sospetto e ostilità.
Stabilito che questo è il suo merito principale (di offrirsi come testo che può confondere, sovrapporre le voci critiche), sulla mostra non c’è molto da dire, e quel poco si può riassumere così: le trentasei opere, la maggior parte delle quali belle e importanti ma non nate per l’occasione, non sviluppano un discorso organico, ma ne fanno tanti tutti assieme, troppi, suscitando l’impressione di una mostra teoricamente un po’ bulimica e muscolare, peraltro confermata dall’allestimento. Nel senso che delle rovine, più che la potenza scenografica, viene sfruttato ogni ambiente, anfratto, pertugio, come si trattasse di uno spazio espositivo qualsiasi. In alcuni punti (singole stanze o infilate di piccoli ambienti) si concentrano fino a cinque, sei opere, francamente troppe perché si realizzi quella dimensione di incomparabile bellezza a cui il titolo rimanda. Fanno eccezione, in questo senso, le sculture di Giorgio Andreotta Calò che, nel peristilio della Domus Augustana, riproducono, in bronzo, alcuni pali erosi dal mare; il pollaio a forma di razzo di Petrit Halilaj, il cui fondale è la vista che si ha dall’alto delle rovine; e Daniel Buren, le cui bandiere si vedono dall’esterno, da Circo Massimo e dalle strade che lo costeggiano.

Davide Ferri