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Franco Bernabè sulla 16a Quadriennale di Roma

Novantanove artisti in mostra e dieci curatori che, attraverso altrettanti progetti, raccontano alcuni aspetti dell’arte italiana del nostro tempo: com’è andata definendosi la struttura di questa Quadriennale?

Questa edizione nasce dalla volontà del Ministro Franceschini di rafforzare l’iniziativa delle grandi manifestazioni pubbliche di supporto al sistema dell’arte italiana. Tra queste c’era naturalmente anche la Quadriennale, con la sua storia recente abbastanza travagliata: molti ricorderanno che l’ultima edizione era saltata per mancanza di fondi. Così una volta trovate le risorse (che per metà sono private), ci siamo posti l’obiettivo di rilanciarla nelle modalità e nei contenuti, per delineare una visione dell’Italia più ampia possibile, che tenesse conto del sistema dell’arte e soprattutto delle sue componenti: non solo gli artisti, ma anche i curatori e gli editori.
L’atto iniziale è stato una call for project a una settantina di curatori italiani, attivi nel nostro Paese ma in molti casi anche all’estero. Tra i progetti arrivati, circa trentacinque, una commissione composta da figure che non appartenessero soltanto al mondo dell’arte ne ha selezionati dieci, che sono quelli che configureranno la prossima Quadriennale.

Uno dei principali problemi della call for project iniziale era l’eterogeneità dei candidati (c’erano ad esempio, accanto a dei trentenni, alcuni direttori di museo), diversamente dalla scelta finale che – salvo qualche eccezione – sembra molto compatta, dal punto di vista dell’età e del percorso professionale.

I curatori inseriti nella lista iniziale erano molto diversi tra loro, all’inizio c’è stato qualche comprensibile tentennamento, poi ha prevalso la scelta della compattezza, quella cioè di concentrarci sulla generazione dei trenta-quarantenni, che poi è proprio quella che ha anche una forte esposizione a livello internazionale.

Perché dieci curatori per la mostra finale? Non sono troppi? E non è una scelta che finisce per andare a scapito di una visione più compatta, dunque più leggibile per il pubblico?

No, ed è proprio questo il punto, non volevamo dare una visione unica, volevamo narrare la complessità e dar conto della vivacità e molteplicità del panorama italiano, di una pluralità di voci. La scelta di un’edizione così strutturata è rischiosa ma l’alternativa, dal mio punto di vista, non è mai stata quella di selezionarne uno o due. Semmai era scegliere direttamente gli artisti attraverso una commissione, ma abbiamo voluto riconoscere che oggi il lavoro del curatore è diventato fondamentale.

In questo modo non rischia di diventare la Quadriennale dei curatori, più che degli artisti?

Una critica simile, peraltro legittima, l’abbiamo ricevuta da Giuseppe Penone, che era nella commissione selezionatrice. Ma in mostra ci sono quasi cento artisti ed è proprio la scelta allargata a dieci curatori che depotenzia l’assolutismo, la dittatura di un unico curatore per dare spazio agli artisti e a un dibattito che vive proprio delle riflessioni tra questi e i curatori.

La provincia, il ritratto, Pasolini, Bartleby lo scrivano e il suo rifiuto, Tocqueville: sono alcuni degli spunti che verranno sviluppati dai progetti dei curatori selezionati. In che modo cercherete di costruire un racconto che attraversi le dieci mostre?

La possibilità di un racconto organico, se esiste, è innanzitutto a monte, nella selezione. Tra quelli che ci sono pervenuti abbiamo cercato dieci progetti che, se non proprio complementari, esplorassero ognuno un pezzo di realtà italiana, e per questa ragione potessero stare in dialogo tra loro. Ma non è possibile dare una visione unitaria del nostro paese perché, semplicemente, questa visione unitaria non esiste.

Quali sono, dal suo punto di vista, i problemi dell’arte italiana, le cause della sua debolezza? E in che modo la Quadriennale prova a rispondere ad alcune di queste difficoltà?

Credo che il problema principale sia il fatto che l’Italia degli ultimi venticinque anni non ha espresso un ambiente stimolante per la creatività. È come se non fossero successe, diversamente dal passato, dagli anni Cinquanta e Sessanta ad esempio, un numero di cose sufficienti a far scattare un meccanismo di alimentazione del processo creativo. Lo stimolo nasce dall’aggregazione, da una pluralità di situazioni e persone che si muovono.
Questa Quadriennale è dunque all’insegna di un unico obiettivo: la depersonalizzazione e la creazione di un ambiente. Anche per questa ragione è nato un “fuori Quadriennale”, con gli spazi pubblici e privati presenti in città che fanno rete con la mostra principale.

“Altri tempi, altri miti”. Il titolo, tratto da Un week end postmoderno di Pier Vittorio Tondelli, è interessante anche perché, per certi versi, contraddittorio: viene da un libro che descrive un decennio – gli anni ottanta – ormai lontano e una forma di postmodernità che dovremmo esserci lasciati alle spalle…

La scelta del titolo, frutto di una riflessione comune, mi ha stupito, pensavo che avrebbe espresso, vista l’età dei curatori, l’idea di un antagonismo molto più radicale…
Invece Tondelli è una scelta molto italiana, il libro parla di una contestazione garbata e molto sofferta psicologicamente, con la provincia in primo piano. E rappresenta bene il tipo di esperienza che stiamo facendo, con il racconto di spezzoni di vita italiana, contestatario ma in modo delicato, non aggressivo.

Davide Ferri