Recensione /

Fabio Cavallucci sul Centro Pecci / Prato

Dopo i lavori di riqualificazione e ampliamento avviati nel 2007, il 16 ottobre  Il Centro per le Arti Contemporanee Luigi Pecci di Prato riapre con la mostra “La fine del mondo”, curata dal direttore Fabio Cavallucci.

La storica sede inaugurata nel 1988 è stata inglobata nel nuovo edificio circolare progettato dall’architetto Maurice Nio, portando a quasi diecimila metri quadrati la superficie utile per la collezione e le mostre temporanee. Hai scelto un titolo molto ambizioso per la tua mostra inaugurale. Non hai puntato a un tema particolare del mondo contemporaneo, ma a una grande domanda che accompagna la storia dell’uomo. Pensi che l’arte possa ancora rispondere a interrogativi così ampi e in che modo lo può fare attraverso una mostra?

L’arte ha sempre risposto a domande importanti e dato forma estetica ai grandi cambiamenti. Quando Piero della Francesca, Masaccio, Brunelleschi, Alberti ideavano le regole della prospettiva, anticipavano il razionalismo che più di un secolo dopo, da Galileo a Cartesio a Newton, avrebbe tradotto la realtà in formule matematiche. Oggi siamo in una situazione così complessa e in evoluzione che è difficile anche per le arti intuire il futuro. Ma ciò non significa non tentare. Mi rifiuto di pensare che l’arte debba servire solo a riempire la casa di un collezionista o debba porsi domande interne al sistema. Occorre che l’arte torni a investigare i grandi temi del mondo.

L’elenco degli artisti spazia dalle avanguardie storiche e le neo-avanguardie (Duchamp, Boccioni, Fontana, Warhol) ad artisti presenti nelle grandi mostre internazionali (Hirschhorn, Garaicoa, Cai Guo-Qiang) ad altri giovani e meno noti. Che cosa ha guidato una scelta così ampia e che tipo di percorso espositivo hai ideato?

Sul piano metodologico il modello che ho seguito è quello della grande mostra ciclica, come le biennali. Un tema forte e ampio, un largo numero di artisti provenienti da ogni continente, una miscela equilibrata tra opere note, o addirittura icone dell’arte moderna, e giovani interessanti ma poco conosciuti. È chiaro che è anche una scommessa sul successo di pubblico. Ho voluto scegliere le opere, invece che gli artisti. Di Camille Henrot, per esempio, ho preferito mostrare nuovamente il video che le ha fatto conseguire il Leone d’argento nella Biennale 2013, Grosse Fatigue, perché in tema, una sorta di genesi del mondo vista attraverso i pop-up di un computer. La mostra dovrebbe funzionare per loop: è un percorso circolare in cui si incontrano elementi simili.

Seguendo la tua ricerca sull’interdisciplinarietà nell’arte, “musica, teatro, cinema, architettura e danza” saranno interconnessi “come parti integranti della mostra nel suo complesso”. L’ambizione delle avanguardie era l’opera d’arte totale, oggi quale può essere il valore aggiunto che la multidisciplinarietà può portare all’arte contemporanea?

La multidisciplinarietà, o meglio la sinestesia, l’uso contemporaneo di tutti i sensi, è diventato realtà grazie alla tecnologia contemporanea. L’arte già da decenni si muove in questa direzione. Ora sta alle istituzioni riconoscerlo. Non so se questo porterà al Gesamtkunstwerk, all’opera d’arte totale, certo deve condurre all’abbattimento delle barriere erette tra i vari settori nei secoli.

Gli enti locali hanno investito oltre 14 milioni di euro nell’ampliamento del museo e nel suo ruolo di guida regionale del contemporaneo, un investimento importante visti i tempi ma che porta con sé senz’altro anche aspettative elevate. Nello stesso tempo, quella del pubblico è una grande sfida per tutte le istituzioni dedicate al contemporaneo che richiede anche idee nuove. Quale sarà il tuo pubblico e come pensi di portarlo al nuovo Pecci? 

Il Centro cercherà di fare attività indirizzata a vari tipi di pubblico, non solo per le élite di addetti ai lavori. C’è un elemento innovativo da sottolineare: l’apertura sarà dalle 11 alle 23 d’inverno e dalle 12 alle 24 nella stagione estiva. La sera si svolgeranno la maggior parte delle iniziative performative e multimediali. È solo per inerzia che i musei aprono al mattino e chiudono alle 17 o alle 18, questo andava bene nell’Ottocento, o nella prima metà del Novecento, quando di fatto il museo era un giocattolo borghese. Ma in una società attiva come quella attuale, l’unico momento in cui è possibile fruire di iniziative culturali è la sera. Ciò non riguarda solo la gente che vive sul territorio, ma vale soprattutto per i milioni di turisti che in Toscana vengono per l’arte antica. Se apprendono che c’è un centro d’arte aperto a poca distanza con buone mostre, concerti, performance o film potrebbero decidere di trascorrere la serata a Prato.

Il panorama dell’arte italiano si dice sia poco incoraggiante: poca attenzione pubblica, pochi artisti nelle grandi mostre internazionali, anche se ci sono gallerie private che stanno facendo un buon lavoro. Come pensi che il nuovo museo Pecci possa contribuire a far crescere il contemporaneo in Italia? Quali strategie potrebbero connetterlo al circuito internazionale?

Sul problema della debolezza dell’arte italiana, tu sai, il Pecci ha già fatto molto, dando voce a centinaia di addetti ai lavori lo scorso anno nel primo Forum dell’arte contemporanea italiana. Il Forum ritorna quest’anno, in occasione della riapertura, con l’intenzione di proporre un documento con proposte di intervento molto nette. Il Pecci continuerà a lavorare affinché l’arte italiana possa recuperare lo spazio perduto nel panorama mondiale.

Quanto all’esposizione degli artisti italiani cercherà di valorizzare i meritevoli, facendo un lavoro importante anche sui mid-career, ma senza nessuna concessione.

Giacomo Bazzani