Recensione /

Camille Henrot Fondazione Memmo / Roma, MADRE / Napoli

“I don’t like Mondays” cantavano i Boomtown Rats alla fine degli anni Settanta. Un’affermazione che certo non vale per Camille Henrot che al “giorno della luna” dedica entrambe le sue mostre italiane. Lunedì come speranza di nuovo inizio, di cambiamento e trasformazione, e allo stesso tempo come giorno della malinconia, del blues per la ripresa dei ritmi produttivi dopo la pausa del fine settimana.
Intrecciando, come sempre, suggestioni legate alle forme di conoscenza e ordinamento razionale del mondo ed elementi più immaginativi ed emozionali, Henrot sperimenta mezzi nuovi nel suo lavoro come la fusione in bronzo di grandi dimensioni e l’affresco. Tecniche ricche di storia che l’artista utilizza con gusto dell’assurdo e ironia, senza per questo svuotarle di significato.
Realizzati durante una lunga residenza a Roma, i lavori presentati alla Fondazione Memmo, bizzarri e liberi, comprendono forme sospese tra l’organico e l’inorganico, tra il figurativo e l’astratto, che lasciano di tanto in tanto riconoscere l’influenza di un certo genius loci romano, come nella sagoma ricorrente di una mitra da vescovo. Ai lavori tridimensionali fanno da sfondo pitture murarie d’ispirazione vagamente matissiana, dai colori pastello, che rappresentano gli stati d’animo tipici dell’inizio settimana. Completa il tutto uno zootropio che, azionato sotto luci stroboscopiche, mostra una sarabanda di piccoli animali che si rincorrono in cerchio, come la sequenza dei sette giorni che si ripete sempre uguale.
A Napoli Henrot presenta una sorta di backstage della mostra romana, raccogliendo i bozzetti delle sculture, le carte che hanno originato gli affreschi e alcuni materiali di riferimento, come un’incisione ottocentesca con un Pulcinella che guarda la luna. Consolidando la sua attitudine a esplorare campi sempre nuovi, l’artista sorprende con un progetto a prima vista spiazzante per la classicità e la pesante materialità del suo impianto, ma che poi convince per la determinazione ad affrontare la complessità delle emozioni e delle attività umane all’interno, per una volta, del solo linguaggio della storia dell’arte.

Cristiana Perrella