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Zoe De Luca su PANORAMA

Nell’introduzione a PANORAMA – una raccolta di circa sessanta interviste con figure emergenti nel panorama milanese che hai recentemente curato per Diorama Editions – definisci queste persone “creativi”. Immagino, però, che molti degli artisti invitati non si riconoscano in questo appellativo e possano trovarlo addirittura offensivo. E allora ti domando: credi che la produzione artistica a Milano debba riconoscere (e in un certo senso assoggettarsi) all’egemonia dell’industria della creatività? 

La comunicazione è stata una parte complessa del progetto, dato che si è delineato per gradi, in modo organico. E vista l’impossibilità di restituire uno spettro completo, definire “creativi” i profili selezionati è stato il compromesso per rappresentarne la molteplicità. Detto questo, la risposta è no. C’è una zona grigia tra riconoscimento e sottomissione, ma se la produzione artistica locale fosse rimessa a quell’egemonia, non avremmo avuto molto di cui parlare.

Con quali criteri hai selezionato le figure intervistate? 

Il metodo non è derivato unicamente da me: Mattia Capelletti e Ingrid Melano hanno seguito con me lo sviluppo dell’antologia, dalla scelta del nome alla produzione dei contenuti, influenzandone quindi la selezione. Il denominatore comune per la scelta delle figure era la loro presenza attiva nel territorio milanese: l’intento era raccontare un insieme variegato e plasmabile dal contesto di cui fa parte. Abbiamo cercato profili con diverse esperienze, ricerche e pratiche senza particolari pronostici sul risultato; e il cerchio si è chiuso in modo spontaneo, in base alla risposta dei diretti interessati.

PANORAMA mi ricorda Autoritratto di Carla Lonzi. Le interviste non sono montate in un unico flusso come accade in Autoritratto; ma basta approcciare il volume un pelo più fluidamente per ritrovare un’esperienza simile. Le interviste inoltre sono spesso state registrate negli studi degli artisti, alla ricerca – sembra – di uno scambio “largamente comunicativo e umanamente soddisfacente”, come direbbe Lonzi. Come definiresti quindi il tuo ruolo rispetto al progetto di PANORAMA? 

I dialoghi hanno avuto luogo in casa o in studio – quando ce n’era uno; questo è stato un ulteriore input per focalizzarci sul luogo e il momento di questo approfondimento, spingendoci a parlare sia della produzione degli intervistati che della sua contestualizzazione, di peculiarità e problematiche. Negli ultimi anni i giovani artisti che vivono a Milano hanno creato un clima fertile e collaborativo che, con chi mi ha affiancato, ho voluto documentare e condividere. Credo che il mio ruolo sia il riflesso della necessità di approfondire e fare un punto della situazione, provando a interpretare un sentire diffuso. Per rispondere con le parole della stessa Lonzi, “non sono più un’estranea.”

Attraverso le sessanta interviste, saresti in grado di evidenziare tematiche, procedure operative, attitudini che accomunano le ricerche degli artisti milanesi?

In molti sono proiettati verso temi universalmente attuali, come indagini sul linguaggio o speculazioni sul digitale, relazionandosi così con il lavoro di chi ha vent’anni in più o in meno di loro. Ma c’è anche chi lavora in modo totalmente introspettivo e chi sperimenta senza sosta sulla materia, fisica o sonora che sia; fortunatamente c’è vera eterogeneità e attitudine collaborativa.

 

Michele D’Aurizio