Recensione /

Sigmar Polke Palazzo Grassi / Venezia

L’eterogeneità è la prima caratteristica da considerare nel tentativo di definire una sfaccettata e poliedrica figura come Sigmar Polke. Tale peculiarità è riconducibile a due essenziali fattori: un vasto lasso di tempo d’azione – giacché il periodo di forsennata attività artistica abbraccia circa cinquant’anni – e una moltitudine di temi che rendono quest’opera esplicitamente aperta, versatile ed erudita. A costituire un’arte così singolare e facilmente identificabile hanno maggiormente concorso una tradizione figurativa che rimanda – come molti hanno già osservato – a remoti ricordi medievali, ma anche i molteplici innesti ereditati dai maestri avanguardisti del primo Novecento. Un universo artistico che rievoca quanto era già implicito nella tradizione pittorica del passato, rivisitata e ricontestualizzata fino alle soglie dell’attuale secolo. Athanor, l’opera-ambientazione del Padiglione della Germania – Leone d’Oro del 1986 riproposta oggi a Palazzo Grassi a distanza di trent’anni – è l’antefatto artistico che regola i contenuti di questa mostra: il progetto trattava due tematiche cruciali, l’alchimia e la politica, che Polke ha analizzato con tratti ironici e toni squillanti per parlare di eventi, dalla Rivoluzione francese alla caduta del Muro di Berlino, che hanno rivoluzionato l’Europa. Si aggiunga a tutto ciò la presenza di una straordinaria e personalissima tecnica data da un’attenzione assoluta alla ricerca e all’uso di materiali preziosi e sorprendenti che spaziano dall’arsenico al monossido di carbonio, dal rame all’argento ai lapislazzuli, fino alla commissione di specifici tessuti come il poliestere trasparente – sperimenta mediante la pittura, la fotografia, il video e prima ancora di tutto il vetro, per dar vita a psichedeliche visioni che l’hanno condotto a sviscerare i misteri dell’inconscio, sfiorando l’onirico e presagendo un rinnovamento etico e formale del fare arte.

 

Mattia Ruffolo